Sembra quasi che il titolo di questo articolo si riferisca ad una qualche ricetta dell’avanguardia Gourmet. E forse in un certo senso lo è. Perché guardare le tele di Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 – Parigi, 1931) è un po’ come trovarsi davanti al compiersi di una ricetta, con tutti i suoi ingredienti sapientemente miscelati, dove è percepibile l’odore di ogni singolo elemento, dove l’occhio si riempie di bello mentre si respira il ritmo di un’epoca nell’ombelico d’Europa di inizio Novecento.
Le Esposizioni Universali, l’affermarsi esponenziale della scienza, della tecnologia, della mobilità e della imprescindibile circolazione delle idee, della rivoluzione impressionista che introduce il concetto di istantaneità e di impermanente realtà, la media borghesia in ascesa e la sua voglia di dimostrare la propria agiatezza, i propri modi di vivere eleganti. Parigi, allora come oggi, conquista con la sua vitalità e bellezza, la possibilità di istaurare contatti a vari livelli attraverso i suoi caffè bohémien e i salotti esclusivi, i boulevards affollati, gli ateliers degli artisti, quel carico di impulsi, stimoli, creatività e ritmi, quella frizzante leggerezza del vivere che riesce a coprire anche il brutto della vita permettendoti di pensare che, in fondo, tutto è possibile.
Nel Novecento la Belle Époque è l’intrigante ricetta ispiratrice per molti artisti, un positivo formicolio di vita cui Boldini non si è sottratto, anzi, ne è divenuto pienamente parte integrante, vivendola (alla grande) e rappresentandola a colpi di pennello meglio di chiunque altro, a mio giudizio, con spirito audace, ambizioso e consapevole del proprio talento. Sempre in bilico tra l’ossequio ad un ceto sociale e la cruda messa a nudo della vanità umana. Il suo straordinario virtuosismo seduce le signore della società più elegante e facoltosa e lui le ritrae, se ne innamora, ne vive l’intimità nel loro più esposto fulgore. Amanti. Modelle. È facile, guardando le sue tele, capire come un artista possa essere diventato in quel momento storico un riferimento assoluto di moda, richiesto e osannato dal “glamour” di quegli anni. A suo modo, forse, il primo vero “fotografo di moda”.
Del resto, il suo tratto creativo fatto di segni taglienti, tumultuosi, quasi nervosi e repentini, tolgono il fiato, creano un’esplosiva e sensuale vitalità. La fisicità è evidente, il desiderio prende forma dietro i vestiti di seta. Un turbinio di eccitata e cosciente opulenza, esaltato da una irruente gestualità che osava rompere certi schemi, perfettamente in linea con la crescente esigenza di apparire dell’alta borghesia di quel momento, in una specie di compiaciuta esaltazione estetica dell’ego e dello stile di vita di quelle che Boldini stesso definiva (bellissime) “fragili icone”.
Basta guardare capolavori come Dopo il ballo (1884), Innamorati al caffè (1887), La toilette (1880), Provocazione (1885), La tenda rossa (1904) o quei capolavori di erotismo di fine/inizio secolo che sono La Contessa de Rasty coricata (1880) e Nudo di giovane su cuscini rosa (1917) per vedere l’effetto magico del percepire, catturare e rappresentare la scintilla irripetibile della vita. Quella stessa intima elettricità che provi quando ti ritrovi “faccia a faccia” con uno qualunque dei grandi ritratti in figura intera a grandezza naturale di quelle che Boldini chiamava “le divine”. Figure femminili consapevoli della propria femminilità e del desiderio che suscitano nell’universo maschile e per le quali l’artista gioca abilmente sulle corde della loro sensibilità, non limitandosi a rappresentarne la bellezza e l’eleganza quanto piuttosto la consapevolezza di un ruolo nella società del tempo. Le donne di Giovanni Boldini sono ritratte nel loro splendore di vita mondana, palpitanti di vita. C’è sempre un battito conturbante in quelle donne, come se anche le più algide e aristocratiche vogliano in realtà che quel gesto d’artista lasci intravedere l’intimo della loro personalità, quella zona d’ombra in cui si nascondono le passioni più vere. E lui, con una tagliente, veloce, istintiva gestualità riesce come nessun altro a cogliere, in un’alternanza di prospettive e volumi, gesti e atteggiamenti dei personaggi, l’attimo fuggente, irripetibile, intenso, che chiude un momento lasciando percepire quello successivo.
Sono tessiture pittoriche dense di tensione emotiva, confessioni in punta di pennello.
Straordinario. Magnetico.
L’ultima esaltazione della bellezza ritratta. Da lì a poco sete e crinoline lasceranno spazio a una guerra e alle nuove avanguardie.

Ho una passione incondizionata per il suo tratto. Ama la bellezza. Ama la vita. Ama le donne Boldini, e si vede. Mette il suo virtuosismo, la sua sregolatezza al loro servizio. Rappresenta, e ne diventa parte, l’alta società del suo tempo, documentando a noi oggi quel mondo, connotato da ottimismo nel futuro e positivo approccio alla vita. Insomma, quella “joie de vivre” che, per un po’, è riuscita a pervadere la Ville Lumière. Pennellate veloci, che “sfuocano” dettagli per esaltarne altri. Sempre in equilibrio cromatico e di forma, in una cornice di sensuale eleganza, “pulita”, essenziale.
La bellezza di un’epoca all’ennesima potenza, per preservare un poco gli occhi e l’animo dal graffio di quella povertà, malattie, guerre e bassezze umane evidenziate da Zola. Ecco, forse anche oggi bisognerebbe cercare e guardare di più alla bellezza, curarla, preservarla, raccontarla, mostrarla. Per coprire un po’ la brutta umanità.
Se vi va, se anche voi sentite la necessità di nutrirvi di bellezza, allora non perdetevi la mostra su Giovanni Boldini, a Roma, al Complesso del Vittoriano, fino al 16 luglio prossimo.
Più che un appuntamento con l’arte, una medicina per lo spirito e per la mente, in questi giorni di buio.

Massimo Fusaro