Il 21 aprile al Centro Zo di Catania, ALTRASCENA Art Management presenta Per quello che vale… di e con Giorgio Montanini. Dopo sarà a Bologna e poi in Belgio perché gli italiani che vivono a Bruxelles, stanno facendo una raccolta fondi per le terre colpite dal terremoto nel centro Italia, a cui Giorgio appartiene essendo di Fermo, nelle Marche. «Quando ricordiamo i morti che ci sono stati nella miniera di Marcinelle, come italiani dovremmo ricordare che quei disperati che vengono qui adesso con i barconi, se li guardassimo bene ci ritroveremmo nostro padre, nostro nonno». Montanini è un grande comico portatore di verità e con un cuore d’oro.

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Qual è la funzione esplicativa di questo tuo sesto monologo?

In tutti gli spettacoli che ho fatto, il titolo esplicava il contenuto del monologo. In questo, la differenza è sostanziale, il titolo è più un ammonimento verso il pubblico. Nonostante la mia popolarità non sia quella di Fiorello o di Brignano, negli anni è aumentata e comincio ad avere un certo seguito. Ciò inizia a creare dei fraintendimenti, iniziano ad arrivare in maniera massiccia dei messaggi tipo “C’è bisogno di te! Sei un genio! Bisogna cambiare l’Italia!”. Da lì ho capito che siamo un Paese talmente tanto arido e privo di riferimenti sia culturalmente che politicamente e la gente è talmente disperata da prendere come punto di riferimento, un comico. Era già successo prima con Sabina Guzzanti, poi con Daniele Luttazzi e poi ahimè con Beppe Grillo che ci ha creduto e si è candidato. Io l’ho subito stoppata perché è una bestemmia democratica e culturale in quanto non c’è cosa più distante dal comico, del politico. Il politico studia una ricetta che è per tutti, al di là dei propri interessi, chiede al popolo di votarlo. Il comico fa il contrario, se ne frega degli altri e parla solo per se stesso, non cerca consenso. Il titolo vuol dire che se vi piace Giorgio Montanini, vi fa ridere, vi ha affascinato il suo ragionamento, alla fine la postilla deve essere sempre “per quello che vale”. Un comico dal punto di vista politico, culturale, non deve fare propaganda, non deve creare proseliti. Garantisco che se tu vedi lo spettacolo, io ti faccio ridere. Il mio mestiere è far ridere bene. Il comico deve sempre ricordare che porta sul palco le sue miserie e quell’ora e mezzo che sta sul palco, si sente il Padreterno. Quando scende è un’ameba come gli altri, non vale niente. Quella tragedia quotidiana che vivono tutti, lo porta ad esprimersi sul palco. Le cose belle non interessano a nessuno.

Hai parlato di un Paese arido culturalmente, com’è possibile visto che l’Italia è la culla dell’arte e della cultura?

È nato tutto qui. L’Italia ha vissuto un grandissimo momento culturale, per il cinema, per i comici straordinari, la commedie satiriche di Ettore Scola, di Monicelli. La Grande abbuffata, un capolavoro come Il Sorpasso, potremmo parlare un’ora ma faremmo un torto a qualcuno, dimenticandolo. Adesso se si va al cinema, c’è Checco Zalone che non è neanche la schiuma di Lino Banfi che faceva cinema di serie C pur essendo stato per lungo tempo campione d’incassi. Dagli anni ‘70 in poi, la cultura e la politica, hanno fatto parte dello stesso degrado, avevamo il PCI al 30%, c’era una forte coscienza sociale, l’operaio aveva una certa consapevolezza. La cultura, in un certo senso era quasi instillata per forza. C’era una militanza culturale e politica da parte di tutti. Quando arriva la Milano da bere, la Milano di Craxi, il facciamo gli americani con le catene Mc’Donalds, sentiamoci i capitalisti che non siamo e arriva il Belusconismo che segna la fine del sogno di un mondo migliore che invece era il peggiore e che lo abbiamo riportato in tutti i campi. Da Ettore Scola con Brutti, sporchi e cattivi siamo passati a Checco Zalone con Cado dalle nubi. Quando Ettore Scola parlava delle “favelas romane” lo faceva con un ritratto graffiante, doloroso ma reale del degrado culturale che c’era in quelle periferie. Checco Zalone fa cambiare gli incassi perché in realtà fa un’azione anti-comica, anti-satirica ma reazionaria in realtà perché deresponsabilizza il pubblico. Il personaggio dell’italiano medio che rappresenta non esiste, non sa cosa sia essere gay e scambia la cocaina per la polvere. È per questo che ridono tutti perché si sentono più intelligenti di lui. Quando invece vedi Brutti, sporchi e cattivi ti senti colpito perché rappresenta l’essere umano e pensi “Questo potrebbe essere mio fratello o potrei essere io”. È per questo che quando c’è un film satirico, un comico satirico, un cantante abbastanza impegnato, non è popolare come Checco Zalone o come Crozza che da comico satirico fa la pubblicità di un noto caffè. È una contraddizione totale, un comico satirico non può essere popolare ma è impopolare per definizione, spacca il pubblico, divide le coscienze. Non puoi essere testimonial della cosa più popolare che esiste in Italia, il caffè. È un controsenso.

Cos’è per te la satira?

La gente in Italia pensa che la satira sia parlare male dei politici. Innanzitutto non ha niente a che fare con il cambiamento della società. 2500 anni di satira non hanno cambiato un solo comma di una legge. La satira è solo un divertentissimo gioco straziante che il comico fa per sentirsi meno solo. Per l’effetto catartico dell’arte sta meglio sia lui che chi lo va a vedere. La satira è liberatoria o ti regala un sospiro di sollievo oppure ti fa incavolare come una bestia. È come un bisturi che penetra in profondità le carni dell’anima, dell’emotività e tocca i nervi scoperti. Se hai i nervi scoperti e non riesci ad accettarli perché hai messo una barriera, sei un bigotto e quando senti un comico satirico t’incavoli e lo insulti o quando sei culturalmente ancora più degradato, lo ammazzi com’è successo con Charlie Hebdo. In Italia erano tutti Charlie ma quando hanno fatto la vignetta sui terremotati, non li hanno ammazzati ma la reazione di sdegno del popolo italiano nei confronti di Charlie Hebdo, solo nella misura di violenza è stata diversa ma l’ignoranza di partenza era la stessa di quelli che li hanno ammazzati.

Nemico pubblico e Nemo nessuno escluso, cosa cambia in TV rispetto al palcoscenico teatrale?

Se è per questo anche la copertina di Ballarò, la cosa più dolorosa è quando la TV si scontra con la comicità satirica vera, dopo anni di gomitatine di Crozza e di occhiolini al politico di turno, sono bastate due mie copertine per gelare il pubblico ed i politici in sala, per chiudere la copertina definitivamente. Cosa cambia la TV dal live? Il comico nel live si assume sempre la responsabilità, la TV a volte non sempre lo fa. Con Nemico Pubblico ha avuto il coraggio di farlo anche se poi mi hanno nascosto sempre di più, in TV ero come un appestato, mi hanno nascosto sempre di più. Con Ballarò non hanno avuto coraggio di farlo perché dopo due puntate “si   sono cagati sotto”; Nemo è partito bene ma dopo alcuni mesi è tornato indietro ed io me ne sono andato. Molti comici si fanno pubblicità attraverso l’accusa di censura, dicendo “mi hanno censurato”. La censura è una cosa grave, è la mancanza della libertà di espressione. In Italia la censura non c’è. È capitato che qualcuno sia stato censurato ma non è assolutamente il mio caso perché la linea editoriale di una trasmissione non la scelgo io ma la sceglie l’editore e se io accetto di lavorare per loro, non posso pretendere di porre totalmente il mio punto di vista, deve esserci un compromesso. Al live decido io e guai se il pubblico si permette d’intervenire. Se io fossi nudo e crudo come sono nel live, in TV sarei respingente.

Elisabetta Ruffolo