Al Teatro Golden di Roma fino al 19 marzo Prima di (Ri)fare l’amore con Marco Falaguasta, Marco Fiorini e Claudia Campagnola. Regia di Tiziana Foschi.

100 minuti di risate ininterrotte! Un raccontarsi a cuore aperto! Un confronto tra “Com’eravamo e come siamo”. Bravi tutti ma Marco Falaguasta è stato straordinario nel farci vivere la Roma vera degli anni ‘80. Lo abbiamo intervistato per TheMartian.eu

Com’è nata l’idea?

È uno spettacolo che nasce da un mio monologo sempre con la regia di Tiziana Foschi che ho fatto al Teatro dei Satiri un paio di anni fa. Nel frattempo ci erano venute delle idee diverse ed è stato ampliato, inserendo i personaggi di Marco Fiorini e Claudia Campagnola. Abbiamo mantenuto la dorsale narrativa perché Tiziana voleva che fosse un raccontarsi a cuore aperto. Raccontare la mia vita, non essendo Bonaparte né Winston Churchill, non c’era poi molto da raccontare. Alla fine sono riuscito a raccontare un’esperienza di crescita in un periodo in cui le cose erano profondamente diverse rispetto a come sono adesso. Quello che Tiziana voleva nel pensare lo spettacolo era che non ci fosse solo un “com’eravamo” che rischiava di rimanere fine a se stesso ma un confronto tra il com’eravamo e come siamo. Capire se si stava meglio allora o oggi, senza dare delle risposte ma soltanto stimolando questo tipo di considerazione.

IMG_6693

Ritratto di Marco Falaguasta. Ph. Valerio Faccini.

Allora “Bisognava sbrigarsi a crescere” e oggi?

Credo che sia una sensazione che ha accompagnato e che accompagnerà qualsiasi generazione. Generata dal senso d’inadeguatezza che hai quando sei adolescente ed in qualsiasi circostanza ti senti inadeguato. Mancava l’esperienza, il coraggio, l’auto-consapevolezza, è chiaro che tutto ciò ti porta a sentirti inadeguato in ogni dove e pensi che la panacea a tutto sia crescere e diventare grande quindi diventare esperto. Credo che questo stato d’animo caratterizzerà tutte le generazioni. Quando poi cresci, ti accorgi che c’è una componente che non ti ridarà più nessuno che è la spensieratezza. È proprio quella che mi riprenderei di quei tempi, poter decidere del domani, senza fare troppe valutazioni, senza troppi pensieri, senza troppe considerazioni ma soltanto sulla base di quello che mi avrebbe fatto più felice. A quell’età ti puoi permettere sempre di fare la cosa bella che è anche quella giusta.

Nello spettacolo parli di “Festa, evento, prassi”. Oggi la Festa cos’è?

Oggi per i ragazzi è una prassi nel senso che hanno milioni di possibilità di aggregazioni anche perché fanno tantissime attività. C’è la festa di danza moderna, del calcio, della classe, del catechismo, degli amici estivi e di quelli invernali. Ogni sabato c’è un’occasione per stare insieme. Noi le feste le facevamo unicamente ai compleanni, sotto l’attenta visione dei genitori che difficilmente ti lasciavano casa ed andavano via. I genitori del festeggiato ed anche di altri ragazzi avevano la discrezione di non stare nella stanza dove si faceva la festa, c’era lo stereo di casa, con la luce spenta.

IMG_6698

Marco Falaguasta e Claudia Campagnola. Ph. Valerio Faccini.

Com’è stata la prima volta in cui ti sei relazionato con l’universo donna?

Ovviamente comica, quello che c’è stato d’interessante nel mio percorso ma come capita a tanti a quindici anni, ero veramente brutto, nessuno s’innamorava di me e quindi mi dovevo conquistare la stima, la considerazione, facendo leva più sulla simpatia. Le prime relazioni sono state catastrofiche. Ero sottoposto ad un giudizio ad ampio raggio e per superarlo eri sottoposto a varie componenti, tra le quali anche l’avvenenza fisica che io non avevo.

In parte hai già risposto ma la domanda te la faccio lo stesso. Quanto sono cambiati i genitori ed i ragazzi dagli anni ‘80 ad oggi?

Credo che siano cambiate le modalità, nell’essenza siamo rimasti uguali. Mi rivedo in tanti comportamenti dei miei genitori, soprattutto nelle preoccupazioni che avevano verso di me e che io adesso ho verso i miei figli. Adesso c’è più confronto, c’è un diverso tipo di dialogo che è presente nel rapporto educativo mentre prima era più in uso la frase «È così e basta!». Quando dico che negli anni ‘80 i padri erano delle figure quasi mitologiche, molto raccontate e poco vissute, è vero perché i nostri padri erano stati ragazzi nell’immediato dopoguerra quando bisognava ricostruire l’Italia, erano cresciuti con questo senso del dovere e del lavoro che li portava a mettere al primo posto quel tipo di preoccupazione e la famiglia veniva sempre dopo. Con mio padre non ho mai avuto un grande dialogo che invece c’è con i miei figli. Mio padre non si poneva il problema che con me ci parlasse poco, non gli apparteneva come concetto e non apparteneva a nessun altro padre. I figli bisognava educarli, mantenerli e formarli.

Come l’ha presa quando hai deciso di fare l’attore?

Malissimo, all’inizio è stato motivo di grande scontro, di grandi distanze perché lui non concepiva che si potesse fare di un divertimento, un lavoro, col fatto che io fossi laureato in legge, si aspettava che mettessi a frutto la laurea. Mi aveva fatto studiare e nella sua idea era una pazzia quella che io volevo fare. Ovviamente quando ha visto che non fosse solo un sogno di vana gloria ma che avevo anche le capacità e che mi ero saputo costruire un percorso, ha cambiato idea ma all’inizio non è stato facile.

Com’era l’amicizia?

Molto sentita! Ho un grandissimo ricordo del migliore amico di quando avevo quindici anni. Tutt’ora nonostante la vita ci abbia portato su percorsi diversi, fa un lavoro diverso e vive in un contesto completamente diverso dal mio, quelle rare volte che ci vediamo, sembra sempre come se ci fossimo visti ieri. L’amicizia era una delle poche cose che potevano darci delle emozioni. Era molto coltivata, era un valore a cui tenevamo tanto e c’era meno dispersione nei rapporti. I nostri raggi d’azione erano molto più ristretti, non è che si potesse andare per ogni dove. Oggi i ragazzi si muovono con facilità ed hanno molte più occasioni di incontrare più persone, hanno una possibilità di scelta superiore ma nello stesso tempo hanno una maggiore dispersione nei rapporti. Il mio amico del cuore era del quartiere, avevamo in comune moltissime affinità ed abbiamo vissuto insieme tantissime prime volte. Come non essere legati ancora oggi?

Quanto è cambiata l’amicizia con l’avvento dei social?

Tanto ma in peggio. Dietro la tastiera si è diversi, si è altro, perché la tastiera deresponsabilizza molto. Si è molto diversi da come si è nell’intimità vera quando ci si guarda in faccia. Dal punto di vista di comunicazione, i social hanno portato tanto. A me ad esempio consente di essere in contatto con tutte le persone che vogliono notizie sulla mia attività, che hanno piacere di comunicare con me. Mi permette di stabilire un rapporto che non sia solo da attore a spettatore ma che abbia anche delle piccole incursioni sulla dimensione umana. Per quel che concerne l’amicizia non credo che sui social sia così facile fare amicizia. Si entra in contatto ma rimangono grosse difficoltà sul fare amicizia. Nulla si può dire perché le generalizzazioni hanno sempre dei grandi limiti, non bisogna disconoscere il fatto che oggi i social siano le nuove piazze. Noi ci incontravamo in un bar a piazzale Clodio ed ogni tanto si inseriva un nuovo amico, oggi ci si incontra sui social.

Elisabetta Ruffolo