L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca è stato un evento straordinario sotto diversi punti di vista.

Il miliardario newyorkese era giunto alla nomination dell’estate scorsa dopo aver dominato le primarie repubblicane e a dispetto dell’ostilità dei maggiorenti del Grand Old Party. Aveva quindi tirato dritto per la propria strada incurante dei sondaggi non favorevoli e delle critiche nei suoi confronti per il linguaggio e le argomentazioni usati: troppo crudo il primo, irrispettose verso le donne e le minoranze etniche le seconde.

Le prime contestazioni erano state registrate poche ore dopo la vittoria dell’8 novembre scorso. Mai in passato si era assistito ad un’ondata di manifestazioni di piazza contro il presidente eletto prima ancora che entrasse ufficialmente in carica.

La transizione di potere tra l’amministrazione uscente e quella entrante era sempre avvenuta in maniera tale da evitare conflitti istituzionali, con il presidente in carica che evitava di prendere provvedimenti controversi e il suo successore che seguiva discretamente l’iter del passaggio delle consegne in ossequio al principio secondo il quale c’è sempre “solo un presidente per volta”. Trump non ha sicuramente scelto di tenere un “low profile”, ma neanche Obama ha contribuito, con i suoi ultimi atti, alla buona riuscita dell’avvicendamento morbido.

Dal 20 gennaio, giorno dell’insediamento, Donald Trump non ha perso tempo nel prendere i primi provvedimenti coerentemente con alcune delle sue promesse elettorali: uscita degli Stati Uniti dall’accordo Trans-Pacific Partnership; completamento e potenziamento della barriera al confine con il Messico; restrizioni all’ immigrazione.

Anche l’incontro con i manager delle principali case automobilistiche, nel corso del quale li ha esortati a produrre in America per incrementare i posti di lavoro per i cittadini statunitensi, è in linea con le parole d’ordine utilizzate nel discorso d’insediamento: compra americano, assumi americano.

E se il disegno del nuovo inquilino della Casa Bianca è sintetizzabile nel motto “make America great again”, appare facilmente comprensibile anche l’ordine esecutivo con il quale Trump ha autorizzato il proseguimento dei lavori per la realizzazione degli oleodotti che dovrebbero attraversare alcuni stati, tra i quali il Dakota del Nord e del Sud. I due nuovi oleodotti – il Dakota Access Pipeline e il Keystone XL – consentirebbero di incrementare l’afflusso presso le raffinerie USA degli idrocarburi estratti in Canada e nel Dakota del Nord e, secondo i sostenitori del progetto, offrirebbero il duplice vantaggio di rendere l’economia statunitense meno dipendente dagli idrocarburi importati da altri Paesi – in particolare mediorientali, agevolando la svolta isolazionista promessa da Trump – e stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro. L’atto del presidente Trump ha annullato la precedente sospensione dei lavori, decisa da Barack Obama sia per i dubbi sugli impatti ambientali sia per le proteste delle tribù Sioux della Standing Rock Indian Reservation, una riserva indiana federale il cui territorio si trova a cavallo tra i due Dakota.

I tracciati degli oleodotti erano stati progettati con l’intento di non attraversare territori ai quali le tribù indiane attribuiscono un significato speciale e sono stati più volte modificati rispetto al progetto originario anche per ridurre gli impatti ambientali. Attualmente il passaggio più controverso dal punto di vista tecnico sembra essere quello dell’attraversamento del lago Oahe, un lago artificiale creato negli anni Sessanta sul fiume Missouri con la costruzione di un complesso di dighe. Secondo il progetto, il Dakota Access Pipeline dovrebbe passare sotto il lago Oahe, con un percorso che lambisce il confine settentrionale della riserva Sioux di Standing Rock. Malgrado le rassicurazioni delle ditte costruttrici, i pellirosse sottolineano i rischi per le falde acquifere e i loro timori sembrano essere rafforzati dal fatto che il Corpo degli Ingegneri dell’Esercito, l’ente che detiene la giurisdizione sul complesso del lago Oahe, non ha rilasciato il nullaosta per la realizzazione di quel tratto e ha suggerito di individuare tracciati alternativi.

Ma, al di là delle questioni tecniche, le contestazioni dei nativi potrebbero avere origini più profonde.

Il Dakota del Sud è pieno di aree che per le tradizioni e la storia dei Sioux hanno un importante significato simbolico.

Fu la scoperta dell’oro nelle Black Hills, che i Sioux consideravano terre sacre e che chiamavano Paha Shapa, che portò alla rivolta degli anni Settanta del XIX secolo e che ebbe come evento storicamente più rilevante l’annientamento, il 25 giugno 1876 presso il fiume Little Big Horn, del reggimento guidato dal tenente colonnello George Armstrong Custer. Quelle stesse Black Hills dove da settanta anni si sta realizzando, grazie all’idea di uno scultore statunitense di origine polacca, una gigantesca scultura in onore del capo indiano Cavallo Pazzo, uno degli artefici della vittoria indiana al Little Big Horn.

Nella Standing Rock Indian Reservation viveva Toro Seduto fino al 15 dicembre 1890, quando fu ucciso in circostanze mai del tutto chiarite in seguito al tentativo di arresto da parte di un drappello di 43 poliziotti indiani su ordine dell’agente federale della riserva, James McLaughlin. A Mobridge, una cittadina sulla riva sinistra del fiume Missouri di poco più di 3000 anime, di cui una su cinque pellerossa, c’è un monumento che ricorda il luogo dove sono sepolte le spoglie di Toro Seduto.

Nella parte meridionale del Dakota del Sud c’è un torrente chiamato Wounded Knee, dove nel 1890 si consumò l’ultimo tragico atto dell’epopea delle guerre indiane. Dopo l’uccisione di Toro Seduto, il capo Grosso Piede aveva deciso di lasciare, con la sua tribù, la riserva di Standing Rock per trasferirsi in quella di Pine Ridge e chiedere ospitalità a Nuvola Rossa. Ma Grosso Piede non arrivò mai a Pine Ridge. Il 28 dicembre 1890 fu intercettato dall’esercito americano, che lo costrinse ad accamparsi presso il torrente Wounded Knee. Il giorno dopo, mentre i soldati stavano perquisendo gli indiani per disarmarli, un gesto brusco di un indiano, male interpretato dai militari, diede origine ad uno scontro che si trasformò in un massacro: i soldati sparavano con i fucili e i cannoni piazzati il giorno precedente attorno all’accampamento, mentre gli indiani, già disarmati, si difendevano come potevano con le poche armi bianche non ancora requisite. Alla fine rimasero uccisi circa 300 indiani, di cui meno di 120 erano uomini. La cinquantina di pellirosse superstiti fu condotta nella riserva di Pine Ridge e ricoverata nella chiesa episcopale, addobbata per il Natale. All’interno uno striscione riportava la scritta: “pace in terra agli uomini di buona volontà”. Era la fine delle guerre indiane.

Ancora oggi il 29 dicembre i Sioux ricordano il massacro di Wounded Knee con una cavalcata, sfidando come allora i rigori dell’inverno.

Nel 1973 Wounded Knee balzò agli onori della cronaca per una rivolta armata di un gruppo di pellirosse, che protestavano per le misere condizioni di vita della popolazione nella riserva. La ribellione, sostenuta dall’American Indian Movement, causò l’intervento degli agenti federali e durò dal 27 febbraio al 10 maggio, quando i pellirosse accettarono di porre fine alle ostilità a fronte della promessa del governo federale di aprire un’ inchiesta sulla situazione nelle riserve. Quella promessa non fu onorata, come del resto era avvenuto nel lunghissimo periodo delle guerre indiane per quasi tutti i trattati stipulati tra Washington e gli indiani, solitamente rispettati dai secondi ma regolarmente violati dai “visi pallidi”.

Sarà per questo che i Sioux ancora oggi non si fidano della parola dell’uomo bianco?

Giovanni Ciprotti