Giuseppe Di Matteo, nel 1993 viene rapito da sottoposti della mafia per costringere il padre pentito a ritrattare le rivelazioni sulla strage di Capaci che invece continua a collaborare. Il ragazzino viene abbandonato a se stesso, la famiglia all’inizio non denuncia il rapimento, tutte le persone si disinteressano della sua scomparsa. Erano anni in cui si cercavano i latitanti e gli inquirenti si dimenticano di lui. Chi lo rapisce non ha un’alternativa. Dopo 779 giorni di prigionia, viene strangolato e sciolto nell’acido.

Pirandello diceva «L’unica maniera di rendere giustizia ai morti è di guardare le cose con gli occhi di chi non c’è più». È quello che fanno fin dalla prima inquadratura. i registi Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza in Sicilian Ghost Story, per proporre una visione diversa della realtà. L’immaginario è quasi nordico, foreste, nebbie, trasparenze. Un’ambientazione straordinaria in cui la Sicilia e l’Irlanda diventano una cosa sola. Il tutto per cercare di colpire il pubblico con questa storia altrimenti irraccontabile. Hanno attinto da atti processuali, fatto ricerche approfondite e cercato testimoni, raccontando tutto in maniera dettagliata. Una storia scomoda, atroce, dolorosa in cui nessuno fa bella figura. Giuseppe è stato il bambino che ha sconfitto Cosa Nostra perché scosse molte coscienze ma finì quasi subito nel dimenticatoio. A Giuseppe non è dedicato nulla, né una scuola, né una targa, neanche nel paese dove la famiglia continua a vivere.

Un cinema d’impegno che diventa cinema da sogno in cui la possibilità di pensare un mondo completamente diverso, è ancora più forte. Un film che difficilmente s’incontra, vederlo è farsi un piccolo regalo.

Sicilian Ghost Story nella settimana della Critica a Cannes ha avuto dieci minuti di applausi. Nastro d’argento come miglior fotografia a Luca Bigazzi e miglior scenografia a Marco Antici. Il film è stato comprato da una ventina di Paesi nel mondo. Il Brasile è stato il primo Paese straniero a distribuire il film ed ottenendo un grande successo che li aveva sorpresi. In primis perché il Brasile era una realtà che non conoscevano e poi perché avevano trovato delle sale piene di giovani che è una cosa insolita. In Italia, i film indipendenti, tendono ad avere un pubblico che invecchia sempre di più. Invece in Brasile ed In Argentina, c’è un pubblico di giovani attentissimo, perché sono Paesi dove il cinema è una materia scolastica già dalla scuola elementare. È stato presentato a Rio de Janeiro e San Paolo. Successivamente saranno in Cina ad Hong Kong e poi ci sarà l’uscita in sala, in Francia ed in Inghilterra nel 2018.

Per TheMartian.eu abbiamo intervistato i due protagonisti Julia Jedlikowska (Luna) e Gaetano Fernandez (Giuseppe), cedendo poi la parola ai registi Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza.

Come vi siete calati nei rispettivi personaggi?

Julia Jedlikowska. È stato molto difficile calarmi nel personaggio di Luna, grazie al lavoro della coach, ad un laboratorio che abbiamo fatto e con l’aiuto dei registi, sono riuscita a fare un percorso che mi ha aiutato ad entrare nel suo mondo. Gaetano Fernandez. Grazie al laboratorio c’è stato uno sviluppo del personaggio di Giuseppe e anche della mia persona.

Cosa avete portato di vostro nel personaggio?

Julia Jedlikowska. La motivazione di non arrendersi mai come faccio durante i due anni di prigionia. Gaetano Fernandez. I nostri personaggi sono stati riadattati a ciò che siamo noi, in Luna c’è  molto di me stessa.

Partendo da Non saremo confusi per sempre di Marco Mancassola, avete deciso di mettere su carta la storia di Giuseppe. Quanto è stato difficile?

Fabio Grassadonia ed Antonio Piazza. È stato un percorso impegnativo che è durato molto tempo. Siamo partiti dal racconto ma siamo poi tornati indietro alla ricerca della storia vera quindi leggendo gli atti processuali, leggendo le dichiarazioni dei pentiti e riflettendo approfonditamente come tutto questo potesse rientrare nel contesto di una favola nera, seguendo l’intuizione principale del racconto, seguendo attraverso il punto di vista di una compagna di scuola innamorata di Giuseppe e trasformandola in una favola d’amore. È stato un percorso di riflessione molto lungo ed impegnativo.

Perché raccontarla attraverso gli occhi di chi non esiste più?

È il tentativo di ribellarsi a quello che è stato, costruire e rivoluzionare, condannare quello che è già successo, immaginare che attraverso la fantasia, l’amore, anche chi non c’è più potrà in qualche modo rivivere.

Avete cercato di colpire il pubblico, raccontando questa storia che è irraccontabile. Quanto ci siete riusciti e quali sono le reazioni del pubblico?

Durante l’estate abbiamo incontrato il pubblico del sud che reagisce sempre in modo molto travolgente. Una storia che colpisce dal punto di vista emotivo, una storia molto dolorosa che richiede sempre una concentrazione con quel qualcosa in più. Gli incontri lasciano sempre spazio alla riflessione che dura non solo dopo aver visto il film ma anche nei giorni successivi. La nostra pagina Facebook è sempre inondata di messaggi e di riflessioni degli spettatori che in qualche modo sentono il bisogno di rielaborare insieme a noi, la storia di Giuseppe.

Quando è successa questa storia, avete preso la decisione di andare via dalla Sicilia. Cosa vi ha spinto a tornare?

Ritornare in Sicilia per raccontare questa storia ma soprattutto affrontarla con dei ragazzi di sedici anni ha consentito una rielaborazione attraverso l’invenzione fantastica del film. In questo senso ci ritroviamo nel personaggio di Luna che attraverso la sua fantasia ricrea un mondo ed apre ad una possibilità che la realtà non ti offre. Adesso sembra che per noi, da un punto di vista personale sia il momento di tornare in Sicilia per costruire un percorso nuovo che vada oltre la storia di quegli anni e che possibilmente riguardi le nuove generazioni come i ragazzi con i quali stiamo lavorando. Il rapporto con loro va oltre e prosegue.

Quanto sono cambiate le nuove generazioni rispetto a quelle degli anni ‘90?

Non sono cambiati solo loro ma le condizioni di vita in Sicilia sono assolutamente mutate. La Sicilia degli anni ‘90, dove noi abbiamo vissuto da ragazzini è una Sicilia dove il dominio di Cosa Nostra e dei Corleonesi è ancora incontrastato. Una Sicilia dominata dalla paura, dalla violenza e dalla morte che segnava le nostre strade. Adesso non è più quella Sicilia lì, questo non significa che tutti i problemi siano stati magicamente risolti, una Sicilia seppur ancora difficile da vivere, non è così tremendamente “mortifera” che abbiamo vissuto da ragazzi. Con tutti i problemi quali la mancanza di opportunità, la disoccupazione giovanile, le mille occasioni perdute che da sempre la nostra terra si porta dietro, a volte si può guardare con più speranza al futuro.

Avete realizzato questo film anche per restituire a Giuseppe l’amore che non aveva avuto e l’avete fatto attraverso gli occhi di Luna, una bambina che era innamorata di lui. Com’è nata l’idea?

Leggendo il racconto di Marco Mancassola, è una storia che ci portavamo dietro e ritenevamo fosse difficile da raccontare per tutto il suo portato di dolore, di orrore e soprattutto perché gli eventi reali non offrivano nessuna forma di elaborazione, è una storia senza eroi dove nessuno fa bella figura e dove Giuseppe viene lasciato morire nell’indifferenza generale. L’intuizione chiave, viene appunto dalla lettura del racconto di Mancassola che s’incardina nella figura di questa compagna di scuola innamorata di Giuseppe e ci sembrava che solo l’amore potesse offrirci l’opportunità di raccontarla.

Secondo me la scena più forte e più bella è quando dopo che Giuseppe scompare, Luna con l’amica del cuore va in giro a distribuire volantini su cui sopra ha scritto “Giuseppe non c’è più e nessuno fa niente”. Perché parte da una bambina e non dal mondo degli adulti?

È una delle cose molto presenti nel film, il fatto che la ribellione all’indifferenza è consegnata ai ragazzini. Luna non si rassegna, non vuole chiudere gli occhi, non vuole essere indifferente e trova degli alleati nel suo percorso, trova l’amica e grazie a lei trova altri due ragazzi. Nel film, il mondo degli adulti è condannato all’indifferenza, alla paura o come nel caso dei genitori di Luna, al tentativo di farle chiudere gli occhi.

Nell’arco di tempo in cui si è consumata la morte del bambino, dolore e amore sono sempre contrapposti. Perché opporre all’orrore, un amore?

Non potrebbe che essere così raccontando la storia di Giuseppe perché comunque pur nella reinvenzione fantastica e nell’uso dei generi quali la storia d’amore e la storia dei fantasmi, non si poteva e non si doveva risparmiare il dolore che questa storia contiene.

Una storia che era finita nel dimenticatoio e che pochi ricordano. Il film serve a far ricordare ancora?

Sì! Il film lo abbiamo definito l’atto di amore di Giuseppe perché ci sembrava ingiusto che all’epoca si diceva che questo bambino avesse sconfitto Cosa Nostra. La sua morte segnò un’inversione di rotta nella percezione di Cosa Nostra da parte dell’opinione pubblica, suscitò un grande momento di sdegno e d’indignazione nazionale. Ci sembrava che proprio questo bambino fosse finito nel dimenticatoio. È di questo che si lamenta la sua famiglia, segnalando che persino al suo paesino, Altofonte in provincia di Palermo, non c’è una targa che lo ricordi.

Pensate di portarlo nelle scuole?

Sì dal prossimo autunno comincia un percorso nelle scuole italiane, soprattutto al sud. Il film è stato accolto molto bene in Calabria, è stato premiato al Magna Grecia Film Festival di Catanzaro ed in quell’occasione il Vice Governatore della Regione Calabria, ha promesso che tutti i ragazzi delle scuole calabresi, vedranno il film. Il film è anche molto richiesto nelle scuole siciliane. È un percorso doloroso ma siamo felicissimi di farlo.

Elisabetta Ruffolo