Ancora una volta e con la spregiudicatezza del giocatore d’azzardo, il presidente russo ha dimostrato di saper perseguire i suoi obiettivi strategici con scaltrezza e temeraria determinazione. Forte dei poteri conferitigli dalla Duma, l’uomo del Cremlino ha prima dispiegato in Siria una task force militare di tutto rispetto, poi, a sei mesi dall’inizio delle operazioni, ne ha annunciato il parziale ripiegamento, a obiettivi militari conseguiti (o quasi). Il tutto mentre a Ginevra i colloqui di pace andavano avanti e la tregua teneva su buona parte del territorio siriano. Un successo, quello russo, rapido e inaspettato. Solo sette mesi fa, le truppe di Damasco avevano iniziato i combattimenti per la difesa della capitale, prossimi a una quasi certa debacle. Oggi, superata Palmira, siamo a meno di 200 km da Raqqa.

Giocando d’anticipo, in uno dei teatri di crisi di maggiore complessità, il leader della nazione euroasiatica, ha così conseguito una serie di obiettivi strategici di tutto rispetto. Ha riconquistato ampie zone di territorio siriano, ha evitato l’annunciato ingresso dell’Arabia Saudita (sunnita) nel territorio controllato da Bashar al-Assad (alauita), ha richiesto e ottenuto il ritiro dal conflitto dei pasdaran iraniani (sciiti), ha facilitato -di fatto- i colloqui di pace su cui pesavano i veti incrociati della Casa Bianca e di alcuni paesi arabi. Inoltre, ha ritagliato alla Federazione Russa, un ruolo strategico di primaria importanza nella regione. Ruolo che difficilmente qualcuno potrà mettere in discussione. Unica perplessità rimane semmai il destino del Presidente siriano: ritornato in una posizione di forza, ufficialmente pronto a farsi da parte, è difficile prevedere se manterrà la promessa.

Nonostante rimangano forti divisioni fra le forze ribelli, il cui unico punto in comune sembra essere porre fine al potere del presidente alauita, la fine di una guerra che è costata milioni di emigrati e quasi 300 mila morti sembra oramai prossima. A conferma di questo, nei colloqui di pace si inizia a parlare con insistenza dello sviluppo di una road map che aiuti la transizione. Nascita di un governo inclusivo, una nuova costituzione e nuove elezioni sono i punti cardine del piano che, qualora approvato, dovrebbe portare a una situazione di stabilità (per lo meno apparente) entro 18 mesi. Russia e Stati Uniti, intanto, sembrano essere vicine a una tregua, o meglio, a una reciproca tolleranza, in virtù della necessità di eliminare una volta per tutte lo Stato Islamico. Ulteriore tassello, questo, da aggiungere a una serie di successi che finora sono riusciti ad entrambe le amministrazioni. Le due superpotenze, infatti, sebbene nel conflitto siriano abbian impiegato strategie comunicative e operative antitetiche (muscolare la compagine russa, all’apparenza più debole ma inclusiva quella americana) sono le prime -e per ora uniche- vincitrici del conflitto siriano. Sicuramente, poi, per quel che riguarda i meri interessi nazionali.

Gli Stati Uniti, infatti, memori delle recenti missioni in Iraq e Afghanistan, si sono dimostrati pronti a finanziare i gruppi di ribelli che si opponevano al regime, senza però andare troppo a fondo contro le truppe del presidente Assad. Impegnata così a tessere un’ampia coalizione contro lo Stato Islamico, l’amministrazione Obama, pressata da un fronte interno contrario a qualsiasi avventura oltreoceano, si è dimostrata ben felice di dettare l’agenda politica della crisi ma di lasciare il lavoro sporco al Cremlino. Putin, di contro, ha visto nel vuoto militare lasciato dagli Stati Uniti, l’opportunità per assicurarsi il controllo della costa alauita: non solo per la difesa dell’aeroporto di Latakia e del porto di Tartus, dove ha sede la flotta russa nel Mediterraneo, ma per il controllo de facto di tutta l’area sotto il controllo del presidente siriano, divenuta oramai un’enclave russa sul mediterraneo. Lo stesso ritiro, annunciato a fine febbraio, rimane a oggi solo una dichiarazione sulla carta. Un ripetersi insomma di quanto già fatto in Georgia, Crimea e nelle regioni dell’Ucraina orientale.

Sebbene una stabile pace in Siria sia auspicata da tutto il consesso internazionale e sembri, oggi più che mai, a portata di mano, non si può non tener conto del fatto che questa sia frutto del decisivo intervento delle forze armate di Vladimir Putin. Parimenti, però, bisognerebbe iniziare a interrogarsi sul prezzo di questo intervento. Mentre, infatti, gli Americani stanno orientandosi a seguire sul terreno una politica sempre più isolazionistica, la Federazione Russa, forte delle divisioni dei paesi dell’Unione Europea, ha dimostrato di voler essere protagonista dei futuri assetti geopolitici mondiali. Assetti che oggi si giocano in Medio Oriente, ma che in un futuro non troppo lontano potrebbero giocarsi in Europa.

Matteo Mineo

(Articolo pubblicato su Rivista IDEA il 07 aprile 2016)