Se si uccide sotto effetto di droghe, pena più pesante se si guida, ma possibilità di sfangarla per reati efferati. Ha senso?

Se si gratta un po’ sotto la scorza (la definizione più appropriata è cortina fumogena) delle dichiarazioni date in pasto all’opinione pubblica, sorgono diversi dubbi sulla lucidità del legislatore italiano. Per la verità, che le leggi varate dal Parlamento della seconda Repubblica siano spesso contraddittorie, tra loro e al proprio interno, non è una novità, così come non lo è la folle proliferazione normativa, pietra d’angolo dell’intercezza del diritto che affligge il Paese.

Sull’esempio dei giuristi latini, Napoleone comprese l’importanza di sfoltire le leggi e diede l’esempio con i codici che, un po’ in tutta Europa, fecero piazza pulita della con­fusione regnante. Una confusione che deputati e senatori della Repubblica dal 1948 hanno provveduto a ripristinare. E il falò di leggi inutili organizzato dall’allora ministro per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli, al di là delle certe buone intenzioni, non ha prodotto i miglioramenti auspicati e pure annunciati.

I motivi sono che il bailamme normativo è inestricabile e che, essendo funzionale a quel mostro tentacolare e invincibile che è la burocrazia tricolore, nel senso che ne costituisce la base stessa del potere, ben più forte di quello politico, quest’ultima rema contro ed è in grado di stroncare chi sia dotato delle migliori buone intenzioni.

Si tratta di un circolo vizioso per spezzare il quale occorrerebbe determinazione e forza finora sconosciute ai nostri governanti. E, poi, sul fronte parlamentare, vi è un’impreparazione di fondo, cresciuta in modo esponenziale dopo lo “tzunami” di “Mani pulite”, che, da un lato, fa il gioco della burocrazia di cui sopra e, dall’altro, sfocia troppo spesso in norme incomprensibili non solo alle persone poco acculturate.

A fianco di ciò, emergono alzate d’ingegno curiose che, seppure sostenute da motivazioni ideali ineccepibili, sfociano in situazioni paradossali. Una in particolare mi ha colpito. L’introduzione dell’omicidio stradale, con il connesso consistente innalzamento di tutte le pene per i danni provocati guidando sotto l’effetto di alcol e droghe, ha elevato al rango di “regina” delle aggravanti il condurre un veicolo in stato confusionale generato dall’assunzione di tali sostanze. Perfetto, giusto. Però c’è un problema. Come la mettiamo con l’incapacità d’intendere e di volere che, a volte, consente di sfangarla agli autori di crimini efferati? Mi viene da pensare ai due delinquenti che a Roma hanno torturato e assassinato un coetaneo. La difesa, con qualche possibilità di successo, chiederà pene ridotte perché erano sotto effetto di droghe. Quindi: se sniffo cocaina e investo uno, rischio l’ergastolo, o quasi. Se lo scanno, invece…

Claudio Puppione