Terminata la pubblicazione del saggio sulla guerra Anzio – Nettuno del 1944, Fabio Riggi, esperto e appassionato di storia militare, affronta la Prima Guerra Mondiale dal punto di vista delle armi che per la prima volta sono state utilizzate sul campo di battaglia.

La grande triade. L’aereo. Il sommergibile. Il carro armato.

La storia della guerra è sempre stata intimamente legata al progresso tecnologico e sociale. Molto spesso sono state proprio le necessità belliche a divenire trainanti in moltissimi campi della scienza e della tecnica. La capacità di sviluppare e schierare nuovi mezzi bellici che costituissero una sorpresa per l’avversario è stata perseguita costantemente da ogni belligerante nel corso della storia. La Grande Guerra rappresenta, da questo punto di vista, un esempio insuperato. Anche se molte nuove armi allora utilizzate non sono state introdotte esattamente in corrispondenza dello scoppio del conflitto, è fuor di dubbio che fu in quel drammatico evento che esse conobbero la propria consacrazione, sviluppando appieno i loro aspetti tecnici e dottrinari. Un fatto incontrovertibile è che sui campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale si forgeranno tre grandi categorie di mezzi destinati a rivoluzionare letteralmente l’arte della guerra: l’aereo, il sommergibile e il carro armato. Questa “triade” pur non racchiudendo in sé tutte le innovazioni tecniche e i nuovi mezzi di offesa e difesa che furono introdotti, indubbiamente ne rappresenta la parte più significativa.

La prima protagonista è l’arma aerea. Oggi è impossibile anche solo pensare uno strumento militare privo di questa essenziale componente; le immagini della rapida successione dei decolli degli aerei della coalizione dalle basi dell’Arabia Saudita e della Turchia, nel corso dell’operazione “Desert Storm”, nel gennaio 1991, o di quelli della NATO che prendevano il volo dall’aeroporto di Aviano, nel 1999, durante l’offensiva contro la Serbia, apparvero sugli schermi televisivi di tutto il mondo. Nello stesso modo vennero immortalati i perfetti e ben coordinati movimenti, del personale della marina statunitense addetto alle procedure di volo sui ponti delle portaerei impegnate a lanciare i propri velivoli contro gli obiettivi in Iraq e Afghanistan nel 2001 e 2003. Le livide fiammate arancioni dei postbruciatori, l’urlo dei reattori spinti alla massima potenza e i balzi verso il cielo dei cacciabombardieri appesantiti da serbatoi supplementari e armamento rimasero impressi nell’immaginario collettivo come il simbolo della potenza militare dispiegata nei conflitti della nostra epoca. In realtà il vero esordio di “macchine volanti” nella storia militare può essere fatto risalire addirittura al 1794. Fu allora che in Francia vennero costituiti i primi reparti di “aerostieri”, destinati all’impiego di palloni aerostatici per l’osservazione del campo di battaglia. Questa tipologia di mezzo ebbe una certa diffusione presso i maggiori eserciti, ma fu con l’avvento del “più pesante dell’aria” che ebbe ufficialmente inizio la storia dell’aviazione. Ed è indubbio che dopo le prime esperienze, quali quella della guerra di Libia (dove, è bene ricordarlo, un aereo italiano effettuò la prima missione attacco al suolo della storia) o le guerre balcaniche (dove si registrò il primo abbattimento di un aereo da parte di un altro) sarà nella prima guerra mondiale che l’aereo soppianterà gradualmente palloni e dirigibili e diventerà, grazie ad uno sviluppo tecnologico di impressionante rapidità quello straordinario mezzo bellico che conosciamo oggi. Uno strumento che proprio nel 1914-18 sviluppò le tre principali categorie di velivolo che caratterizzano ancora oggi gli aerei da combattimento di tutto il mondo: il ricognitore, il caccia e il bombardiere. Già nel biennio 1915-16 sul fronte francese appaiono gli antesignani di quelli che diventeranno gli aerei da caccia: il francese Morane-Saulnier N e il tedesco Fokker “Eindecker” sono i primi ad essere destinati all’attacco di velivoli avversari. Il secondo grazie alle sue caratteristiche di velocità, capacità di salita e armamento, oltre che alla perizia dei suoi piloti, garantì all’aviazione tedesca una supremazia nei cieli che si protrasse per diversi mesi, passando alla storia come il cosiddetto “flagello Fokker”: era la “superiorità aerea”. Ma anche l’evoluzione più moderna di queste macchine, ovvero l’acquisizione da parte di un singolo velivolo della capacità di svolgere missioni di tipo diverso, vide la luce esattamente in quel periodo. Infatti il miglioramento delle prestazioni degli aerei fu di una rapidità senza eguali e nella seconda metà del conflitto, quelli da caccia in particolare, possedevano notevoli capacità in termini di robustezza, affidabilità e potenza dei propulsori. Queste caratteristiche permettevano loro di portare un carico di bombe sufficiente e durante le grandi offensive del 1918 sul fronte occidentale i caccia furono intensamente impiegati da ambo le parti per l’attacco alle truppe nemiche. Si rendeva cioè necessaria flessibilità nel momento in cui le esigenze di supporto alle operazioni terrestri divenivano pressanti e non ci si poteva permettere il lusso di lasciare aerei e interi reparti, dispendiosi in termini di risorse, limitati ad un singolo ruolo[1]. Ma la Prima Guerra Mondiale fu anche la fucina che forgiò un’arma che avrebbe cambiato la natura della guerra stessa. La possibilità di attaccare grazie agli aerei non solo gli eserciti, ma lo stesso territorio e le grandi città del nemico apparve chiaramente già all’inizio delle ostilità. Parigi venne colpita numerose volte dalle incursioni di aerei tedeschi nel 1914. Ma furono i dirigibili germanici a condurre una vera e propria offensiva contro l’Inghilterra, colpendo a più riprese la stessa Londra. Tuttavia le lente e vulnerabili aeronavi vennero presto rimpiazzate dagli aerei e proprio l’esigenza di attaccare il cuore del territorio metropolitano avversario rese necessario migliorare le caratteristiche di autonomia e carico bellico, qualità essenziali per compiere questo tipo di missioni. Apparvero quindi imponenti velivoli plurimotori, capaci di coprire lunghe distanze e di recare a destinazione un carico di bombe sempre maggiore: i britannici Handley-Page O/100 e O/400, i francesi Farman “Goliath”, l’italiano Caproni Ca.3 e i tedeschi Gotha “G”. Era nato il bombardiere strategico.

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Il secondo protagonista è il mezzo destinato a produrre grandi mutamenti nei conflitti sul mare, o meglio, è proprio il caso di dire, quello che porterà la lotta anche al di sotto delle superfici marine: il sommergibile. È significativo ricordare come una particolare categoria dei moderni sottomarini rappresenti a buon diritto il più letale mezzo di distruzione che l’uomo abbia mai concepito: i sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare sono in grado di scagliare in pochi minuti contro una nazione nemica il loro terrificante carico di ordigni, ciascuno di essi dotato di una o più testate nucleari: uno solo di questi mezzi subacquei è in grado di uccidere centinaia di migliaia, se non milioni, di persone, spazzare via intere metropoli, annichilire qualsiasi avversario. E ciò che li rende ancora più devastanti è la capacità di rimanere celati tra le profondità marine per tempi lunghissimi, al riparo da qualsiasi attacco preventivo o rappresaglia immediata. Per questa peculiarità sono sempre stati considerati a tutti gli effetti la punta di diamante di qualsiasi deterrente nucleare strategico.

Ebbene, il grande palcoscenico che vede irrompere per la prima volta la guerra sottomarina è proprio quello del 1914-18. Anche in questo caso si parla di un’arma, che seppur nella sua forma più rudimentale, esordisce precedentemente. La prima azione con mezzi subacquei che la storia militare ricordi risale alla guerra d’indipendenza americana e con un ritmo crescente il nuovo mezzo assume una definitiva configurazione tecnica alla fine del XIX secolo. Con una spinta decisiva avviata negli Stati Uniti, grazie alle realizzazioni del progettista di origini irlandesi John P. Holland[2], il sommergibile moderno prende forma pressoché definitiva con importanti ulteriori sviluppi in Francia. Il risultato fu il varo del “Narval”, un battello che adotterà delle soluzioni tecniche che diverranno uno standard per tutti i mezzi similari. Occorre anche fare una importante precisazione terminologica riguardo alle definizioni di sottomarino e sommergibile. Nel primo caso si parla di mezzi che sono concepiti per navigare quasi esclusivamente in immersione: i primi battelli realizzati sul finire dell’800 appartenevano a questa categoria. Infatti, a causa della loro limitata autonomia, essi non erano in grado di operare a grande distanza dalle proprie basi, ne derivava che sarebbero stati impiegati in acque costiere muovendosi quasi costantemente immersi. Successivamente, grazie ai progressi tecnologici compiuti dagli apparati motore, venne concepita una diversa modalità di impiego: i battelli avrebbero raggiunto aree operative anche molto distanti dai porti navigando in superficie, per poi immergersi solo nelle fasi finali di attacco e allontanamento; da ciò deriva il termine “sommergibile”, ovvero un mezzo che vede la possibilità di operare sott’acqua. In buona sostanza sarà solo nel secondo dopoguerra, con l’avvento della propulsione nucleare, che si ritornerà al concetto di sottomarino: l’autonomia praticamente illimitata fornita dai reattori nucleari consente infatti a questi battelli di spostarsi sempre e comunque in immersione praticamente senza restrizioni di tempo o distanza. In realtà il progresso tecnico e dottrinale dell’arma subacquea iniziò a conseguire risultati sempre maggiori a partire dal Novecento, pur delineandosi all’ombra della “magnifica competizione”: quella della corsa alla costruzione di grandi corazzate e incrociatori da battaglia, un duello tecnologico-industriale che ebbe luogo agli esordi del Ventesimo secolo in primo luogo tra Gran Bretagna e Germania. Parallelamente veniva perfezionata quella che dei sommergibili, da allora e fino ai nostri giorni, diverrà l’arma principale: il siluro il quale, grazie alla peculiarità di poter colpire la chiglia di una nave al di sotto della linea di galleggiamento, dimostrò subito la propria letalità, un primato che questa categoria di sistemi d’arma mantiene tuttora. Pochissimi, e tra questi l’ingegnere navale italiano Vittorio Cuniberti[3], riuscirono a prevedere fino in fondo l’impatto enorme che i sommergibili avrebbero avuto nella guerra navale. A questo quadro contribuì il fatto che, contrariamente a quanto avvenne con gli aerei o con molte armi sui fronti terrestri, nei conflitti limitati immediatamente precedenti la Grande Guerra non vi fu nessun impiego significativo, inteso in senso moderno, di sommergibili, ma alle menti più lungimiranti apparve evidente che essi rappresentavano il mezzo insidioso per eccellenza, quello che avrebbe permesso alle marine meno potenti di contrastare il dominio delle grandi flotte: la fionda di Davide contro Golia. E questo è esattamente ciò che avvenne nella Prima Guerra Mondiale: dopo il grande scontro dello Jutland, un’inconcludente fornace tra le grandi flotte da battaglia tedesca e britannica, lo Stato Maggiore della marina germanica prese atto del fatto che sconfiggere la Royal Navy in battaglie decisive in mare aperto era illusorio. E fu così che prese forma, a partire dal 1917, la vera essenza della strategia navale tedesca: la Hochseeflotte, la flotta d’alto mare con le sue navi di linea, rimarrà pressoché inattiva per tutto il prosieguo del conflitto, mentre saranno gli U-Boote i leggendari sommergibili tedeschi, a sopportare il peso principale delle operazioni, attaccando le rotte del traffico mercantile dell’Intesa nell’ambito della guerra sottomarina “senza restrizioni” dichiarata a partire dal febbraio 1917. La sconfitta dell’offensiva sottomarina germanica, conquistata al prezzo di un enorme impiego di risorse militari e industriali, fu senza dubbio uno dei punti di svolta. L’arma subacquea, nei suoi più compiuti risvolti tecnologici ed operativi, fu dunque un altro grande lascito: una volta entrati a far parte a pieno titolo delle marine di tutto il mondo i sommergibili mutarono in maniera radicale la guerra sul mare.

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Se l’aereo e il sommergibile fecero la loro prima apparizione, seppur in forma embrionale, già prima del 1914, il carro armato può essere considerato il risultato di ciò che accadde in primo luogo sul fronte occidentale. È sin troppo noto come in Francia, esaurita sulla Marna la spinta dell’offensiva germanica, la lotta si cristallizzò nel sanguinoso stallo della guerra di trincea. Una situazione che scaturì da una virtuale superiorità dei mezzi difensivi su quelli di attacco e che trasformò le grandi offensive che vennero lanciate dall’una e dall’altra parte – Verdun, la Somme, l’Aisne, Ypres, Passchendaele, solo per citare le più note – nei più terrificanti bagni di sangue che la storia militare ricordi. Se i francesi vantano di annoverare tra le loro fila colui che a livello teorico fu il primo a preconizzare l’avvento di un mezzo dalle caratteristiche rispondenti a quelli che saranno poi i mezzi corazzati – il colonnello Jean-Baptiste Eugène Estienne[4] – è indubbio che furono poi i britannici i primi a mettere a punto, dopo tutta una serie di tentativi, il primo vero carro armato: il Mark I “Mother”. Inglese fu anche la denominazione, volutamente fittizia per motivi di segretezza, che all’epoca venne data alla nuova arma: Tank, un espediente per sviare l’attività spionistica nemica. Questo termine da allora fino ad oggi è rimasto, nel linguaggio comune, ad indicare i carri armati in tutto il mondo. Esso fu realizzato con il preciso intento di ottenere un mezzo in grado di superare i complessi sistemi difensivi incentrati su trincee e reticolati, capace di resistere al fuoco delle mitragliatrici, dei fucili e all’effetto delle schegge e a sua volta fosse dotato di armamento di bordo per creare delle brecce nelle linee avversarie. La messa a punto e l’introduzione di questo rivoluzionario strumento bellico fu merito di un ristretto numero di ufficiali e tecnici inglesi, tra i quali ebbe un ruolo non indifferente quello che diventerà uno dei personaggi di primo piano della storia del XX secolo: Winston Churchill, a quel tempo capo dell’ammiragliato di sua Maestà britannica. Un fatto riconosciuto è che quando i carri armati vennero impiegati per la prima volta, il 15 settembre 1916 durante l’offensiva della Somme nel settore di Flers-Courcelettes, nulla sarebbe stato più come prima nella guerra terrestre. Seppur in tempi recentissimi, quelli dei conflitti “asimmetrici”, della “global war on terror” e delle operazioni contro-insurrezionali, è fuor di dubbio che la componente corazzata e meccanizzata dei principali eserciti occidentali sia stata trascurata a favore di componenti più “leggere”, va detto che da quel mattino del 1916 il mezzo corazzato è divenuto il simbolo vero e proprio della potenza degli eserciti. Le immagini dei Panzer tedeschi che nel 1940 attraversano la Mosa o quelle delle compatte formazioni corazzate sovietiche in parata durante la Guerra Fredda sulla Piazza Rossa, hanno segnato un epoca. Da quando i carri inglesi, dopo un debutto dai risultati incerti, iniziarono a mostrare le possibilità che potevano offrire in termini di potenza offensiva, ebbe inizio una corsa tecnologica che diverrà inarrestabile fino ai nostri giorni. Il 20 novembre 1917, nella battaglia di Cambrai, la 3^ Armata britannica impiegò, per la prima volta su vasta scala, unità carri secondo un criterio che diventerà un vero e proprio “mantra” nella guerra corazzata: quello della massa. Contrariamente a quanto era avvenuto l’anno precedente sulla Somme i risultati furono questa volta di grande rilevanza e l’offensiva di Cambrai divenne un episodio indicato come il primo vero esordio dell’arma corazzata su vasta scala. In quel momento il carro armato dimostrò inequivocabilmente quale fosse la formula magica di un mezzo da combattimento capace di coniugare tre parametri fondamentali che caratterizzano a tutt’oggi i moderni carri da battaglia: mobilità, protezione, potenza di fuoco.

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Gli eserciti francese e tedesco non tardarono a perseguire la stessa strada, affrettandosi a mettere in servizio veicoli corazzati, anche se i germanici si trovarono piuttosto in ritardo, fatto questo paradossale, visto che negli anni successivi saranno loro i veri maestri in questo campo. L’Armeè francese mise a punto e gettò nella mischia i modelli Schneider CA-1 (Char d’assaut) e i più pesanti St. Chamond utilizzando per la prima volta gli Schneider il 17 aprile 1917 nella battaglia dello Chemin-de-Dames. Dopo un inizio anche in questo caso dai risultati discutibili si ebbero i grandi successi del luglio 1918 a Soissons, dove i carri francesi che parteciparono a questa controffensiva furono oltre 400. I francesi differenziarono in due tipologie i propri carri, in base ai requisiti di impiego: mezzi pesanti per la “rottura” del fronte avversario e più versatili carri “leggeri”, come il Renault FT-17, destinati all’esplorazione e all’effettuazione di manovre rapide. Dopodiché, quando scesero in campo i carri tedeschi A7V progenitori della leggendaria “Panzerwaffe”, si registrò il primo, inevitabile, scontro tra questi mezzi. La pubblicistica militare ha ampiamente analizzato le grandi battaglie di carri del XX secolo: La “cavalcata della morte” di Prokorowka, durante la battaglia di Kursk, nella Seconda Guerra mondiale, il gigantesco urto tra le unità corazzate egiziane e israeliane nel Sinai, il 14 ottobre 1973 – uno degli eventi decisivi della guerra del Kippur – fino alla “battaglia del 73° Easting” tra le divisioni corazzate e meccanizzate statunitensi e quelle della Guardia Repubblicana Irachena il 26 febbraio 1991. Eppure pochi sanno che il primo combattimento tra carri ebbe luogo nell’ultimo anno della Prima Guerra mondiale sul fronte francese. Il 24 marzo 1918, nell’abitato di Cachy un reparto di A7V germanici si scontra con i Mark IV inglesi, una versione perfezionata dell’iniziale Mark I. Fu un episodio di per sé dall’importanza relativa, ma di enorme significato simbolico: non è azzardato affermare che da quel giorno si apri una nuova era nell’arte militare. La Grande Guerra, con questo mezzo bellico dal promettente avvenire, ha consegnato agli eserciti un’altra eredità di importanza capitale. Il ruolo di vero e proprio “principe” dei campi di battaglia, che il carro armato si conquisterà di lì a pochissimo, ha conosciuto in seguito fasi alterne. Durante i due conflitti mondiali dello scorso secolo, quello “caldo” del 1939-45 e il confronto bipolare dei decenni successivi, il duello cannone-corazza, o meglio la gara tecnologica tra i mezzi corazzati e tutte le varie tipologie di sistemi d’arma controcarro, ha assorbito le migliori energie dell’industria bellica a livello globale. A più riprese, in base a determinate esperienze operative, non saranno pochi quelli che dichiareranno la “morte” dei carri, come avvenne all’indomani della guerra del Kippur. Anche oggi, a causa del carattere prevalentemente “asimmetrico” dei teatri che li vedono impiegati, alcuni dei principali eserciti hanno messo in secondo piano le proprie componenti corazzate. Ma le cose potrebbero cambiare rapidamente e d’altro canto è un fatto incontrovertibile che i moderni MBT, (Main Battle Tank) siano mezzi da combattimento ancora insuperati in letalità e capacità di sopravvivenza.

Fabio Riggi

NOTE.

[1] Un esempio particolarmente attuale e calzante è quello relativo al caccia europeo Eurofighter EF 2000 “Typhoon”. Progettato inizialmente come velivolo da superiorità aerea “puro”, sta acquisendo, nel corso della sua progressiva evoluzione, una sempre maggiore capacità di attacco al suolo. In questa veste i “Typhoon” della RAF britannica hanno condotto numerose missioni di attacco contro obiettivi terrestri nel corso della campagna aerea sulla Libia nel 2011.

[2] John Philip Holland (1841-1914) è a buon diritto considerato il padre del sommergibile moderno. Da un suo progetto scaturisce nel 1897 la prima unità navale subacquea statunitense: lo USS “Plunger”. Subito dopo Holland fonderà una società, la Holland Boat Company, per la progettazione e la realizzazione di sommergibili che verranno adottati da molte marine e fisseranno gli standard costruttivi di questa categoria di mezzi negli anni del loro esordio.

[3] Vittorio Cuniberti (1854-1913), Ufficiale del genio navale, brillante progettista in tutti i campi dell’ingegneria navale militare è ricordato come colui il quale sviluppò il concetto di “corazzata monocalibra”, una nave da battaglia dotata di armamento principale standardizzato su cannoni dello stesso calibro. A causa di difficoltà politiche ed economiche questa idea non poté essere realizzata in Italia, ma a seguito della pubblicazione di un articolo di Cuniberti su una prestigiosa rivista navale le sue teorie vennero riprese in Gran Bretagna portando alla costruzione della rivoluzionaria corazzata “Dreadnought”. L’avvento delle corazzate monocalibre segnò un punto di svolta nella storia navale, diffondendo questa tipologia di nave in tutte le principali marine del mondo.

[4] Ufficiale di artiglieria nell’esercito francese Jean-Baptiste Eugène Estienne (1860-1936) nel 1915 ebbe l’intuizione che era possibile dotare di corazzatura e armamento un veicolo derivato dai trattori di traino per l’artiglieria pesante. Non appena ne ebbe l’opportunità presentò la sua idea ai massimi vertici militari e grazie al suo impulso ebbe inizio lo sviluppo dell’arma corazzata francese nell’ambito della quale egli assunse il comando della prima grande unità che venne costituita. La sua opera continuò anche all’indomani della fine del conflitto con importanti contributi di carattere tecnico e teorico.