Amicizie da vagone e riflessioni genitoriali.

Per vivere a pieno un’esperienza di India non si può prescindere da un’esperienza in treno, ovviamente per un viaggio lungo, molto lungo. 13 ore, esattamente.

Da personcine a modo e diligenti abbiamo studiato molto circa la situazione ferroviaria indiana, su siti, blog, articoli. Tutti parlano delle classi, dei ritardi, del modo migliore per comprare un biglietto, dei venditori di chai, dei portelloni aperti durante il viaggio, dell’aria condizionata a -15° e quasi tutti citano la presenza di numerose famiglie, ma come informazione secondaria.

Per me, al contrario, questa è la questione primaria. E comincio a chiedermi come vive un bambino in India? Come si occupano di lui i suoi genitori?

La questione oltre al mero interesse professionale è anche uno specchio interessantissimo per la mia genitorialità, come quando tuo figlio giocando con pupi e pupetti ricrea situazioni domestiche e mette in atto la più tagliente satira politico-familiare che ti permette il lusso -e la vergogna- di vederti da fuori riflessa nel suo sguardo.

Stazione di Magdaon. Arriva il treno (dopo 5 ore). Saliamo. I nostri posti sono accanto a due signore dal viso cordiale, puntino e treccia-munite.

Tempo 5 minuti e già ho raccontato del perché siamo in India, della ricerca e della scuola, e siccome una delle cosa che ho imparato in India è che se entri nel flusso indiano tutto diventa perfetto, loro sono, non casualmente, due maestre.

Gli altri nostri vicini sono una coppia con due bambine ( bingo!), dall’età indecifrabile, forse 4 e 12.

Le due bambine ci sorridono in continuazione, distogliendo lo sguardo quando incontra il nostro.

Le prime 5 ore di treno io le passo con Vittorio che mi dorme con la testa sulle gambe, gli sistemo la mia maglia sugli occhi per ripararlo dal neon, lo copro quando parte l’aria condizionata e lo scopro quando si ferma, lo sfioro sulla nuca. E sempre lo contemplo estasiata.

Le due bambine mi guardano tutto il tempo, sedute in fondo alla branda dove il loro padre truculento e annoiato, cerca di schiacciare un pisolino. Se lui si muove loro devono ridefinire gli spazi creati dalla nuova distribuzione dei volumi all’interno del ristretto perimetro. Che ci fosse anche la madre su quel treno, l’ho capito 9 ore dopo.

Quando Vittorio si sveglia ha fame e abbiamo a disposizione biscotti, chips di banana, bananine e pane.

Le due bambine per 10 ore mangiano solo 2 mele.

Vittorio dopo aver guardato il panorama per 2 ore e mezza chiede di fare matematica.

Tiriamo fuori libri e quaderni e dedichiamo all’incirca altre due ore alla nostra scuola itinerante.

Oggi Vittorio ha anche due nuove maestre. Le due lo prendono in simpatia, gli comprano cibo, ci giocano, gli regalano monete, lo massaggiano, lo abbracciano e una delle due, che insegna yoga, gli fa una lezione personalizzata sul treno.

Le due bambine guardano ancora, da posizioni diverse ma sempre seguendo teorie volumetriche.

Loro matematica e yoga li incarnano.

I bambini, dopo una serie di occhiate languide tra Vittorio e la bambina grande, si trovano sulla stessa branda, disegnano, si scrutano, si parlano ciascuno nella propria lingua.

Da qui, seduta al mio posto, contemplo i 3 cuccioli d’uomo di due culture agli antipodi.

Li contemplo e penso che a scuola il termine osservazione dovrebbe essere sostituito con, appunto, contemplazione.

Per niente stupita della meravigliosa e potente capacità comunicativa che solo i bambini posseggono così fresca e dirompente in grado di spazzare qualsiasi barriera linguistica, la mia deformazione professionale mi porta a elucubrazioni pedagogiche.

Le due bimbe cambiano completamente registro da quando Vittorio è entrato nella loro sfera.

Da meste e quietamente rassegnate all’assenza di attenzioni genitoriali (certamente non iniziate durante la trasferta ferroviaria) le bambine diventano vispe, ridono, scherzano, saltano.

Compiono uno spostamento di azione considerevole, sembra come se adesso potessero permettersi di manifestare la loro infanzia latente.

Quiete e sottomesse con i grandi, gioiose e audaci con gli infanti.

Il sogno di molti genitori che conosco. Da alcuni è considerato un valore l’asservimento dell’infanzia all’adultità, io mi chiedo se non ci faccia invece molto comodo.

Alcuni considerano questi bambini “bravi” e ubbidienti, io sono perplessa circa questo punto e mi chiedo se piuttosto non siano spaventati. Impauriti dalla possibilità che la faccenda finisca male (urla, rabbia, a volte violenza fisica) o dalla possibilità che la paura più terrificante per un bambino si trasformi in realtà, ovvero la perdita dell’amore nei loro confronti da parte dei genitori.

Non ne ho la certezza ovviamente, forse il mio è solo un bisogno di costruirmi un castello di risposte non per avere in mano la verità, ma per sostenere la fatica quotidiana, la difficile impresa di ricalibrare secondo dopo secondo i miei parametri adulti con quelli completamente differenti di mio figlio, per provare a comprenderlo, sostenerlo, rispettarlo, amarlo senza legami di potere.

 Eppure quelle bambine sembravano serene e felici. E quella distanza fra un prima, placide e rassegnate, e un dopo, euforiche e festanti, era destabilizzante.

Se comunque possono essere così gioiose nonostante le nostre mancanze di cosa ci preoccupiamo?

E alla frase che più spesso sento dire anche in Italia «In fondo siamo cresciuti tutti così» amo rispondere, «Sì, è vero. Ma come siamo cresciuti..?!».

Ma mai, e poi mai, dimenticare che la vita nei bambini, il desiderio di resistere, la resilienza e l’accettazione e l’amore cieco verso chi li ha generati sono strumenti biologici per la sopravvivenza.

Se i bambini non avessero come imperativo evolutivo “buon viso a cattiva sorte”, probabilmente la metà di loro si sarebbe suicidata prima dei 6 anni, a fronte dello stato di schiavitù psicologica nella quale versano.

Certo è che quelle bambine hanno qualcosa che i nostri figli stanno perdendo. E c’è stato un momento durante il quale, osservandoli, mi sono sentita una madre fallita.

Quando Vittorio ha tirato fuori le sue carte Pokemon e a loro sono piaciute. Parecchio. E lui gliele ha regalate in cambio di una guava, un frutto dall’odore celestiale.

Io, che cerco di combattere il consumismo quotidiano, che ho scelto di non avere la tv, che da quando mio figlio ha la capacità di intendere e volere gli commento ogni pubblicità che incontriamo in giro o nei negozi cercando di svelargli i meccanismi occulti di persuasione, questa storia delle carte non sono riuscita a dominarla e non solo questa direi.

Badate bene, lui non sa giocare, le colleziona come la maggior parte dei suoi coetanei. Nel cuore della giungla, questo coniglio fuori dal cappello sembra tanto un ossimoro. Anche lui sta incubando la malattia del nostro secolo, e ora anche loro contagiate.

Non mi resta che puntare tutto sul potere del guava.

Spero che questo viaggio mi doni la possibilità come mamma di disvelare tutto ciò che ormai è diventato inerzia, come viaggiare con 60 carte Pokemon nelle tasche. Perché la prima regola per provare a cambiare è riuscire a mettere da parte l’orgoglio e il prestigio e ammettere le proprie miserie.

 E spero che queste carte vengano abbandonate, e lentamente trasformate in decorazioni per gli aquiloni che a frotte ho visto volare nei quartieri più poveri di grandi città, alle spalle delle vetrine turistiche. Dove i bimbi vivono per strada, in branchi.

Le carte sono solo un simbolo di qualcosa che si è innescato. A noi adulti il compito di cogliere il pericolo e assumere il ruolo di artificieri. 

Emily Mignanelli