Se ogni medaglia ha il suo rovescio, questo viaggio, come un origami, ha numerose pieghe che si intersecano e a chi provi da solo a dispiegarne il senso l’unico risultato sarebbe trovarsi con un foglio stropicciato in mano.

Alla seconda piega trovo la motivazione professionale del viaggio.

Sono una maestra e viaggio nella pirateria educativa da 7 anni.

Vivo in un galeone di legno antico che mi porta in giro per mari sconosciuti e mi permette di approdare in porti sempre nuovi lasciandomi il tempo di scavare su un’isola deserta alla ricerca del tesoro.

Ai pirati naturalmente mancano delle garanzie, come ferie pagate, tredicesima, quattordicesima, orari decenti e responsabilità limitate.

Ma ahhrrr, corpo di mille balene e balenottere, a ognuno il suo.

Io ho scelto l’adrenalina, la scoperta, la tempesta e le mappe stropicciate, il cappotto di velluto rosso e la gamba di legno.

Una mappa scoperta per sbaglio dentro un bottiglia mentre stavo per scolarmi del gin, mi ha condotta verso lande desolate e poco battute.

Uscendo dalla simbologia piratesca, ciò che ho scoperto è stata una vena sotterranea della pedagogia, taciuta e occultata. È scomoda, politicamente fastidiosa, umanamente sconcertante. Produce felicità, realizzazione, conoscenza di sé, fiducia nel prossimo, capacità di riconoscere e condividere propri sentimenti e bisogni, competenze diplomatiche e di gestione del conflitto in maniera non violenta, insomma tutto quello che dai 20 anni in poi cerchiamo disperatamente di acquisire.

Naturalmente fornisce anche una buona istruzione.

Questa tendenza ha una caratteristica particolare, viene definita non cumulativa.

Ovvero in momenti temporalmente e geograficamente distanti, senza influenza tra loro, pare che alcuni grandi autori siano giusti alle stesse conclusioni, circa l’educazione dei fanciulli.

Lev Tolstoj, Janus Korczak, Francisco Ferrer, Maria Montessori, Krishnamurti, Françoise Dolto, Ivan Illich. Per citarne alcuni.

Uomini di cultura, indignati dal panorama politico e sociale hanno deciso di mettersi dalla parte dei piccoli e investire nel futuro partendo dal presente in sviluppo.

Sembra un po’ la storia degli esperimenti di fisica quantistica di Rupert Sheldrake, il quale scoprì che quando un primate impara una nuova cosa quella competenza si trasferisce per osmosi a tutti gli altri membri, ma la cosa stupefacente è che gli altri membri della specie dei primati potrebbero trovarsi a chilometri di distanza, come nel caso dell’esperimento, in altre isole.

Questa può essere una spiegazione; oppure un’altra potrebbe essere che una certa evoluzione del pensiero e delle domande porta all’investimento sull’infanzia, in una certa maniera, quella libertaria per l’appunto.

Esistono esperienze incredibili, con risultati eccellenti, scuole perfettamente in linea con i sogni di quando eravamo bambini e fantasticavamo inchiodati alle nostre sedie ammutoliti, promettendo in silenzio, che no, quando saremmo stati grandi noi non avremmo mai fatto tutto ciò ad un bambino.

E invece ci siamo caduti, e alcuni si indignano se tutto ciò non avviene pregando le insegnanti di tornare gentilmente al loro posto e ruolo sociale assegnatogli.

«Potrebbe essere più dura con mio figlio?»; oppure «Così pochi compiti? Questa insegnante non fa il suo lavoro» ; «Ma, come, sono solo allo stampato maiuscolo, gli altri sono al corsivo già da due mesi e lei perde tempo in giardino con i bambini, adesso ci penso io!».

Vorrei tanto che queste fossero frasi inventate per suscitare ilarità, ma non c’è niente di più tragicomico della realtà a volte.

Il tipo di educazione dipende dal tipo di società. E i protagonisti di ogni momento storico dovrebbero indagarne a fondo le esigenze collettive, le rappresentazioni sociali edificate, edificanti e quelle da ricostruire prima di mettersi al passo dei bambini.

Ogni epoca ha avuto le sue emergenze, le sue criticità, le sue problematiche e ogni volta si è cercata una risposta.

Qual è la domanda che si impone a noi oggi? Quale il compito al quale siamo chiamati a prender parte attiva per la sua risoluzione ?

Questo viaggio, quindi, non è solo una fuga da mutuo, Sky e suv, che in fondo è solo un espediente narrativo per descrivere il mondo complesso dal quale ci prendiamo un momento di pausa, ma anche e soprattutto una ricerca pedagogica sul campo, nella giungla per l’esattezza.

Quasi 9 mesi tra India e America del nord.

Quasi 270 giorni per porre domande e quesiti, per scoprire nuovi paradigmi educativi, esempi virtuosi, variabili indipendenti dal contesto geografico e culturale che si ritrovano ai due antipodi.

6.480 ore per capire quali sono le domande giuste da formulare in ambito educativo e non le affermazioni da perseguire come dogmi.

388.800 minuti per incontrare altri pirati.

23.328.000 secondi per uscire dall’autoreferenzialità nella quale si rischia di cadere quando non si alza il naso da ciò che si sta facendo iniziando a pensare che sia la cosa più importante al mondo.

Voglio scrollarmi di dosso i litigi tra maestre che ho udito.

Voglio dimenticarmi le scene alle quali ho assistito dentro le scuole, non di violenza diretta, ma subdola, sottile, perversa, che tiene ingabbiati i bambini tenendoli al giogo della ricompensa più cara, l’amore.

Vorrei fingere di non aver visto in alcune maestre la perdita dell’intima ripugnanza di fronte scene di abusi di potere, diventando complici silenziose di punizioni tremende.

Ho bisogno di tempo per accantonare per un po’ il termine transazione economica utilizzato per parlare di formazione all’interno di alcuni ambiti da coloro che li gestiscono.

Ho avuto paura di queste cose, e altra ancora ne ho.

È la paura di lasciare che sfumature di azioni scivolino rovinosamente dalla sfera dello straordinario a quella dell’ordinario.

È la paura che la passione che arde per l’esplorazione dei meandri dell’umano si trasformi in routine.

È la paura di iniziare a guardare l’orologio in classe.

È la paura di smettere di studiare, di ricercare, di passare nella sponda della superbia aggravata dalla posizione.

È la paura di giudicare un bambino dal suo fare e non dal suo essere.

È la paura di dimenticare che col bambino vada presa in carico la famiglia, come accoglienza, ascolto e promemoria continuo che senza di quella sarebbe come osservare un’ape al microscopio traendone conclusioni sulle dinamiche sociali che governano la società.

Metterò in tasca i discorsi con psicologi e pedagogisti che mi hanno raccontato che, con più di trenta anni di carriera addosso, possono affermare con certezza che il 95% delle persone che ricevono quotidianamente hanno nevrosi legate a esperienze vissute durante l’infanzia, sia in ambito domestico che scolastico.

Terrò stretti a me i ricordi delle maestre che conosco e che ogni giorno si dedicano anima e cuore ai bambini, al di fuori e aldilà di qualsiasi definizione.

Conserverò come monili portafortuna i sorrisi e gli abbracci di tutte le insegnanti che ho incontrato durante gli ultimi due anni di formazione, insegnanti che hanno deciso di mettersi in gioco dopo decenni di esperienza e sverniciare la loro professione dal dover essere, dal fare, dal “so io come si fa”.

Io non so come si fa, ho appena imparato che posso disporre della mia vita.

Le insegnanti non necessitano di grandi strumenti didattici, di innovazioni o super strategie per gestire bambini difficili. Hanno bisogno di commozione e raccoglimento, filosofia per restaurare la propria etica professionale e neuroscienze per comprendere la fisiologia dell’apprendimento prima di imporre e proporre qualsivoglia attività o concetto.

Cuore e commozione, emozione e studio, responsabilità ed etica, amore per l’uomo e non solo per il suo cucciolo, fiducia e compassione, dedizione e leggerezza.

Solo questo ci vuole.

 

ps: che nessuna maestra si senta offesa, se non chi le situazioni che ho riportato le mette quotidianamente in atto, lì il mio rincrescimento svanisce. Chi porta avanti eticamente il proprio lavoro sa bene di cosa parlo e della difficoltà umana di assistere quotidianamente a scene simili. Adoro la scuola e tutte le maestre, non ho mai pensato che le questioni educative italiane stiano andando a rotoli, sono piena di speranza e voglia di riflessione e condivisione. Ricerco dialogo, non opposizione; tolleranza, non giudizio; diversità, non omologazione. Una buona maestra non si riconosce dalle proprie prestazioni che rispondono unicamente a un principio di narcisismo professionale, ma dal rispetto e dignità che riconoscono al bambino, nelle quotidiane sfumature relazionali.

Emily Mignanelli