Debutta domani lo spettacolo Echoes, in scena alle Carrozzerie N.O.T. di Roma fino al 17 dicembre.

Un tavolo, due sedie e due attori che si confrontano, si sfidano e a un certo punto si intersecano quasi a volersi fondere l’uno con l’altro. La scenografia è più mentale che concreta, molto adattabile allo spazio in cui viene rappresentato, sia esso un luogo teatrale o non teatrale come avviene alle Carrozzerie N.O.T. un luogo di creazione dove spesso quello che nasce cerca anche gli occhi di un osservatore. Lo spettacolo ricorda la drammaturgia inglese e ha un taglio molto cinematografico. Due personaggi al centro di una stanza e il pubblico disposto a destra e a sinistra, potrebbe essere un ring o uno studio televisivo. Gli spettatori è come se fossero invisibili ed assistessero ad un dialogo intimo, privato, senza telecamere e né microfoni.

A spiegarci il resto è Stefano Patti, giovane e affermato attore che è sia interprete che regista dello spettacolo ECHOES, scritto da di Lorenzo De Liberato, interpretato da Marco Quaglia e realizzato con il contributo fondamentale di Giordana Morandini (voce di “Programma”),  Paride Donatelli (disegno luci) Marta Genovese (costumi) Barbara Bessi (scene),  Samuele Ravenna (suono),  Cristiano Demurtas (assistente alla regia),  Simone Ferraro e Martina Mammola (progetto grafico),  Cristiano Demurtas (social plan),  Federico Falcioni (regia e montaggio Teaser e interviste), Marco Reitano (cinematographer).

Il testo parla di scenari futuribili, di immaginari spunti verso un ipotetico domani, di proiezioni. In che senso?

Lo spettacolo è ambientato in un futuro post apocalittico, si è immaginato questo scenario dove piazzare l’intervista dopo un bombardamento. Si pone l’attenzione all’interno di un bunker dove un giornalista intervista un terrorista che ha sganciato delle bombe e ha ucciso più di un milione di persone. La cosa che m’interessava di questo spettacolo è che parte da una situazione molto realistica, un’intervista in cui una persona si pone in maniera molto distaccata e oggettiva per analizzare ciò che ha spinto questa persona a compiere un gesto così forte. Questa situazione realistica si trasforma sotto molteplici punti di vista, dal punto di vista del testo, della regia, delle luci, delle musiche. Ad un certo punto è come se i personaggi entrassero in una specie di girone infernale, forse più un limbo, per affrontare alcune tematiche che partono dal potere e che toccano l’economia, la religione, la colpa dal punto di vista quasi cristiano, potrebbe essere questa la chiave di lettura. Noi ci tenevamo a considerare lo spettacolo che ricorda la drammaturgia inglese e che ha un taglio molto cinematografico. È ambientato in uno spazio unico, due persone. Si parte dalle basi, un tavolo e due sedie. Da questa struttura molto semplice ci eleviamo in qualcos’altro che crea una bolla. Ci sono queste due persone che entrano in conflitto, s’incontrano e si scontrano contemporaneamente. Forse sono due facce della stessa medaglia che si incontrano e devono forse trovare una soluzione a un problema e quindi c’è un’indagine di cui forse parla lo spettacolo.

stefano patti

ritratto dell’attore e regista Stefano Patti.

Sei regista ed anche interprete di questo spettacolo, due personaggi e tante sfaccettature, in quale ti riconosci? In quello che interpreti o nell’altro?

Seguo questo testo da un po’ di anni. Il testo è stato scritto da Lorenzo De Liberato che è un mio amico autore. Avremmo dovuto farlo anni fa poi è stato messo in un cassetto e ripreso in mano da me. È stato rappresentato per la prima volta al Teatro Studio Uno, grazie ad una residenza produttiva con cui è stato fatto un primo studio sul progetto. All’inizio ero molto combattuto su quale dei due personaggi interpretare. Fortunatamente sono riuscito a mettermi in contatto con Marco Quaglia che è un attore che conosco da molto tempo e che reputavo giusto per uno dei due ruoli. È stato molto importante questo incontro che poi mi ha fatto anche prendere una decisione importante che era quale dei due ruoli avrei dovuto interpretare. Fare sia il regista che l’attore è stato molto complicato. Meno male che abbiamo avuto due luoghi molto importanti. Prima il Teatro Studio Uno e adesso le Carrozzerie N.O.T. in questa ripresa. In quale mi riconosco? È molto difficile la risposta perché come dicevo prima, essendo due facce della stessa medaglia, due personaggi che apparentemente partono da due posizioni molto ferme e poi vengono invasi uno dall’altro. La visione dell’uno, Ecoh (Marco Quaglia) scalfisce De Bois e poi viene assorbito dall’altro, quasi come se in alcuni momenti si scambiassero i ruoli. È questo ciò che m’interessava principalmente. Si ha l’opportunità di toccare varie sfaccettature in un personaggio solo.

Per questa seconda fase vi siete avvalsi del crowdfunding, com’è andata?

La cosa più importante è stato avere un grosso interesse da parte del pubblico che ci ha molto stupito. All’inizio ero molto restio al crowdfunding perché in Italia abbiamo una visione molto arretrata di questo mezzo perché viene visto come una colletta, invece è un mezzo molto più articolato. La raccolta fondi ci ha permesso di raggiungere e manca ancora una settimana, quasi la cifra concordata che era di quattromilacinquecento euro e che è comunque bassa per una produzione standard ma per una produzione indipendente come la nostra, è stata un grosso supporto e devo ringraziare tutte le persone che hanno condiviso e soprattutto hanno dato un contributo. Abbiamo creato la raccolta fondi sulla piattaforma Indiegogo con il supporto delle Carrozzerie N.O.T. e lì sulla pagina dedicata ad Echoes, abbiamo messo trailer girati da Federico Falcioni, che è un giovane regista, e delle interviste dove spieghiamo bene tutto il progetto che vi invito a vedere e potete farlo anche sulla nostra pagina Facebook. Abbiamo esposto tutto il progetto, com’è nato, le note di regia, l’incontro tra me e Marco Quaglia, i vari collaboratori che si sono uniti durante il progetto e poi la cosa interessante è che per ogni scaglione che parte dai 10 fino ai mille euro, ha un premio che consiste in un ringraziamento, la locandina, il copione, un biglietto dello spettacolo fino ad arrivare a diventare coproduttore dello stesso. Siamo arrivati fino a tremila ottocento euro grazie a grossi investimenti che sono stati fatti. Una persona ha messo mille euro, una cinquecento e questo significa dare fiducia ad un progetto che altrimenti rischiava di cadere nell’oblio di un teatro off italiano, invece così avrà modo di esprimersi al meglio nello spazio giusto, con i mezzi giusti, con i collaboratori giusti.

È sempre meglio affidarsi al crowfunding piuttosto che aspettare i contributi di qualsiasi Ente che non arrivano mai?

Su questo non posso esprimermi perché non conosco bene la materia ma parlando con Marco Quaglia che ha lavorato anche all’estero e lui mi diceva che parlando con degli attori e registi tedeschi, quando lavorava all’estero, basta rivolgersi al Comune ed i finanziamenti partono da 10.00 euro. Io con meno della metà sono riuscito a mettere in piedi lo spettacolo, sicuramente bisogna prendere esempio dall’estero. Avremo solo tre giorni di repliche, abbiamo un’anteprima stampa il 14 ed abbiamo invitato tante persone del settore. Le tre repliche sono per il pubblico. Abbiamo fatto l’operazione di crowfunding perché volevamo investire nella realizzazione dello spettacolo.

«Non esiste la democrazia come la conosciamo». Non mi sembra che siamo nel futuro ma nel presente. Cosa ne pensi?

Noi diciamo che siamo nel futuro ma lo siamo veramente? L’anno scorso quando lo abbiamo messo in scena sotto forma di primo stadio, abbiamo debuttato poco dopo gli attentati in Francia. Adesso abbiamo un nuovo presidente negli Stati Uniti che avrà accesso a tutti i codici nucleari e ci chiediamo se siamo veramente nel futuro. Volevamo comunicare al pubblico che non ci soffermiamo molto sull’analisi del presente. Nel suo piccolo lo spettacolo vuole indagare alcune tematiche tipo quelle del potere economico.

Il pubblico è spettatore di un dialogo che probabilmente non ascolteremo mai. Un giornalista non potrebbe mai intervistare un terrorista oppure perché la storia è frutto di fantasia?

Molti giornalisti hanno intervistato terroristi, criminali e quant’altro. Nello spettacolo si rappresenta un dialogo intimo, privato tra due persone. Se noi assistiamo a vari programmi politici, siamo costantemente spettatori di dialoghi con i potenti. La cosa interessante è chiedersi cosa si dicano il presidente degli Stati Uniti ed il Papa, riuniti in una stanza senza telecamere e senza microfoni. È lo stato in cui si troverà lo spettatore di Echoes. Cosa si dicono il giornalista ed il terrorista guardandosi negli occhi ed essendo tutti e due testimoni di quello che sta succedendo? Facciamo finta che il pubblico sia composto da spettatori invisibili nella stanza, come se fossero delle cimici. L’allestimento sarà cinematografico, i due sono al centro della stanza ed il pubblico è disposto alla loro destra ed alla loro sinistra. Loro potrebbero essere su un ring, in un set televisivo, il dialogo tra i due protagonisti è serrato.

Quando l’avete presentato al Teatro Studio Uno come ha reagito il pubblico?

Lo spettacolo è andato molto bene ed è per questo che abbiamo deciso di riproporlo. Marco Quaglia dopo il debutto è rimasto così intrigato dallo spettacolo che ha deciso di diventare coproduttore. È passato un anno e mezzo dal debutto. Lo Studio Uno ha una capienza di circa quarantacinque posti e lì sembrava uno spettacolo fringe. I nostri sostenitori nella seconda fase sono stati quelli che lo avevano già visto.

Echoes perché?

I nomi dei personaggi sono fittizi, a me piace pensare all’eco che si tramanda. Nel testo lasciamo alcuni discorsi aperti perché il pubblico deve rispondere ad alcune domande. Il nostro augurio è che lasci una traccia nello spettatore e lo faccia riflettere su ciò che succede oggi.

Avrà una tournée?

Mi sono stufato di abbandonare gli spettacoli a pochi giorni dal debutto. A gennaio vorremmo tradurlo in inglese, nella speranza di poterlo portare all’estero.

Elisabetta Ruffolo