Dopo Verdi’s mood e le donne è un piacere fare una nuova chiacchierata con Juan Diego Puerta Lopez, questa volta regista di End of the Rainbow, al Teatro Sistina fino al 30 ottobre e poi ancora in tourneé da gennaio. Il testo, di Peter Quilter, esamina la doppia faccia della medaglia, mostrando una Judy Garland, interpretata da Monica Guerritore, sul palcoscenico tra lustrini e nel fulgore della sua bellezza e dietro le quinte con le sue fragilità e la sua solitudine. Judy, infatti, fu faber fortunae suae. Fu il successo a sceglierla e lei se ne sentiva schiava perché non si sentiva libera di essere Judy.

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Ritratto di Juan Diego Puerta Lopez.

Appena hai letto il testo te ne sei innamorato. Come lo hai affrontato?

Ogni volta che affronto un nuovo lavoro teatrale è come se fosse la prima volta, mi lascio trascinare dal testo, lascio spazio agli attori di costruire insieme un percorso creativo. In ogni percorso invento una metodologia di lavoro, dipende molto anche dall’attore che ho di fronte, dipende dalla complessità del testo stesso. Mi piace cercare, andare alla scoperta di nuovi stimoli.

Perché hai scelto Monica Guerritore per interpretarla?

Monica mi ha colpito subito per la sua indiscutibile professionalità e per il carisma che emana sul palcoscenico. Il personaggio di Judy è molto complesso, necessita di una grande interprete non solo nella bravura ma anche di grande spessore drammatico, per questo ho pensato a Monica.

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Amata da pubblico e critica ma non dai suoi uomini. Perché?

Generalmente gli artisti hanno un lato oscuro. I mariti dovevano sopportare quei lati del suo carattere e quei traumi mai superati che la rendevano difficilissima da gestire. Seppur inizialmente animati da buoni propositi, per evitare la fine di una brillante carriera, finivano per soccombere, accettando il compromesso fino alla disfatta.

Judy è folle, drammatica, fragile e tenerissima. Quale di questi aspetti ti ha interessato ed hai maggiormente messo in rilievo con la regia?

Come il testo di Quilter ho voluto evidenziare ogni aspetto del carattere di Judy anche se nello spettacolo ci sono momenti di grande ironia, strappando una risata, poco a poco il dramma diventa più evidente. Come dice Samuel Beckett in Finale di partita «Non c’è niente di più comico dell’infelicità».

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Era un talento che avrebbe potuto andare oltre oppure il tragico destino ha interrotto i suoi sogni?

Il destino non c’entra. Ognuno è artefice di quello che succede nella propria vita. È stata solo una questione di scelte. Lei ha voluto vedersi in un percorso avverso senza speranza, indipendentemente dal successo. L’uso degli psicofarmaci di cui abusava insieme all’alcool era una terribile consuetudine che le era stata inculcata dalla madre che l’aveva condizionata in qualche modo ad avere successo senza lasciare strade alternative. Molti artisti vivono in funzione del palcoscenico.

Perché non riuscì a reggere il peso del successo?

Non riuscì perché probabilmente fu il successo a scegliere lei che forse non è mai stata pronta ad accettarlo con tutti i suoi risvolti. Si sentiva schiava del successo, intrappolata nel personaggio pubblico e non libera di essere Judy.

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Realtà e finzione dov’era la vera Judy Garland?

È difficile dire quale fosse la vera Garland poiché era due facce di una stessa medaglia. Un personaggio poliedrico.

Il mondo dello spettacolo era una dicotomia tra Amore e Odio. Quale prevalse?

Il mondo dello spettacolo era per lei amore per la musica, per il pubblico per il palcoscenico, la possibilità di esprimere la propria anima ma allo stesso tempo odio per tutto ciò che condanna il personaggio pubblico: assenza di privacy, obblighi contrattuali e non essere più padrona del proprio tempo.

Elisabetta Ruffolo