Ho iniziato ad ammirare Alda Merini al Maurizio Costanzo Show, ho approfondito la sua conoscenza attraverso la lettura di un libro che raccontava la Alda dopo il manicomio e con il suo secondo marito, Michele Pierri al quale l’aveva affidata Carniti, il precedente marito perché sapeva che dopo la sua morte sarebbe rimasta in condizioni d’indigenza. Nel libro avevo letto che fu il suo ultimo gesto d’amore. L’altra sera, al Teatro Eliseo di Roma, durante la prima dello spettacolo La pazza della porta accanto, sapendo che fu il marito a mandarla in manicomio mi sono chiesta se era lo stesso uomo che l’affidò a Pierri o era solo un carnefice che nella senescenza era rinsavito ed aveva capito che Alda meritava molto di più di quello che lui era riuscito a darle. Quando la Merini era solo, appunto, la pazza della porta accanto, furono solo due le persone che le rimasero accanto, Maria Corti, voce dell’Accademia Salentina. e Giacinto Spagnoletti, pigmalione della Merini. Dieci anni di manicomio furono un bagaglio pesante che Alda riuscì a sopportare grazie alla sua forza interiore ed alla capacità di tradurre in versi la più cruda della realtà. Entrambi nello spettacolo sono sottolineati in maniera sublime sia dal regista Alessandro Gassmann e sia da un’attrice straordinaria come Anna Foglietta che rende palese la forza interiore di Alda da farle ricordare il manicomio come un’oasi di pace. Lo spettacolo è godibile, il pubblico colto e attento, non bisbigliava, non guardava il cellulare, applaudiva nei momenti giusti. Cast eccezionale dal primo all’ultimo, ritmo serrato, un sipario trasparente rimanda al sogno, agli incubi e ad illusioni che ci fanno pensare come sia possibile in quel luogo così ameno sognare o illudersi? Sì, se ci si aiuta l’una con l’altra, si riesce anche ad innamorarsi. Sussultiamo alle urla dell’elettroshock, ci commuoviamo a sentire il vissuto di tutte e piango a dirotto quando lo psichiatra dice ad Alda che il giorno dopo le avrebbe portato qualcosa per fare in modo che là dentro non dimentichi le parole. Lo spettacolo ti toglie il fiato, ti ruba il cuore e l’animo ed è proprio ciò che tutti volevamo accadesse.

Lo spettacolo, scritto da Claudio Fava e interpretato anche da Sabrina Knaflitz, Alessandra Costanzo, Angelo Tosto, Liborio Natali, Olga Rossi, Cecilia di Giuli, Stefania Ugomari di Blas, Giorgia Boscarino, Gaia Lo Vecchio, sarà in scena fino a domenica 11 dicembre.

Foto di scena dello spettacolo La pazza della porta accanto. © Ombretta De Martini2015.

Foto di scena dello spettacolo La pazza della porta accanto. © Ombretta De Martini 2015.

Sabrina Knaflitz interpreta Zeta, un ragazza madre alla quale è stato strappato il figlio, affetta da bipolarismo viene descritta nei Diari di Alda Merini molto dettagliatamente e nell’intervista ci illustra il personaggio e ciò che più l’ha colpita della Poetessa.

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Sabrina Knaflitz in La pazza della porta accanto. © Ombretta De Martini 2015.

Alda Merini disse «Si va in manicomio per imparare a morire». Cosa ne pensi?

La follia nel caso specifico di Alda incontra la follia ed è questa la forza di Alda Merini. Le sue parole nascono da un’urgenza di raccontare la sua vita, il suo dolore. Penso che “i diversi” in cui possiamo ricomprendere non solo i folli ma una diversità di etnia, di religione vengano sempre in qualche modo penalizzati e ghettizzati e noi dobbiamo fare in modo che questo non accada più.

Un sipario trasparente rimanda al sogno, agli incubi e ad illusioni. Come ti sei preparata per il ruolo che interpreti?

Mi sono documentata moltissimo sulla vita di Alda. Ho letto tutte le sue poesie, i suoi diari. Il personaggio di Zeta è realmente esistito. Alda la descrive nei suoi diari, Zeta è una ragazza madre alla quale è stato strappato suo figlio ed in manicomio viene sottoposta all’elettroshock come tutte le pazienti del manicomio. È affetta da bipolarismo. Mi sono documentata molto sulla patologia, sulla vita di Alda. Nei suoi testi viene descritta in maniera molto dettagliata. Ho letto e riletto i capitoli dedicati a Zeta.

Nello spettacolo c’è tutta la sofferenza e la vitalità di Alda Merini. Come si può rimanere vitali in un luogo così ameno?

Parliamo comunque di Alda Merini che era una forza della natura e che è riuscita veramente ad imporre la sua vitalità, la sua natura, nonostante le circostanze. Alda ce l’ha fatta, altri no. Lei aveva la poesia, le parole e questo sicuramente sono stati gli strumenti che le hanno permesso in qualche modo di sopravvivere.

Foto di scena dello spettacolo La Pazza della porta accanto. © Ombretta De Martini 2015.

Foto di scena dello spettacolo La Pazza della porta accanto. © Ombretta De Martini 2015.

In un’intervista hai dichiarato che ami la Merini perché ritrovi nelle sue parole tante verità. C’è una frase che ti ha particolarmente colpita?

Tutte le parole di Alda ti arrivano sempre diritte al cuore anche se non sei abituata a leggerla la poesia. La Merini è conosciuta ed apprezzata da tutti proprio per questo. Ogni parola arriva e quindi ogni sua poesia è qualcosa di unico e preciso che dà grandi emozioni e ti scava dentro.

Ha parlato del Teatro come isola felice. In che senso?

È un’isola felice perché è un mondo a parte nel quale si riproduce la vita, si è liberi di esprimersi e non ci sono mai interruzioni in uno spettacolo teatrale. Quando si è sul palco nessuno ti può interrompere, trovo che sia l’unico posto dove può accadere questo. Ogni spettacolo è diverso, ogni giorno si sale sul palco e si dà vita a qualcosa che non sarà mai uguale. Questo mi affascina moltissimo perché è proprio quell’attimo che il pubblico può cogliere ma solo in quel momento lì.

Il teatro è il luogo che ti costringe e ti porta all’ascolto. Quanto è importante per te l’ascolto?

Come attrice l’ascolto è fondamentale perché un attore deve ascoltare l’altro altrimenti non è possibile mettersi in contatto con l’altro attore.

Non trovi che con l’aumento dei social network ci si ascolti sempre di meno tra di noi?

I social network sono una nuova era che non conosco bene perché non li utilizzo molto. Bisogna aspettare per capire quali saranno le conseguenze che ancora non si sono viste. Secondo me bisognerebbe riparlarne tra una decina d’anni. È evidente che ci saranno sicuramente e porteranno ad un cambiamento totale della comunicazione.

Elisabetta Ruffolo