Federico Buffa dovrebbe insegnare Storia nelle scuole di ogni ordine e grado. Nessuno si annoierebbe, ci sarebbe una maggiore capacità di apprendimento e la materia sarebbe più appassionante. Durante gli eventi del 1936 non ero ancora nata ma la sera in cui sono andata a vedere lo spettacolo Le Olimpiadi del 1936, di Federico Buffa, Emilio Russo, Paolo Frusca e Jvan Sica, non ero tra il pubblico della Sala Umberto ma tra quello del Villaggio Olimpico di Berlino. Ho respirato la fatica e la polvere di Jesse Owens (quattro medaglie d’oro), rapita dalla narrazione ho tifato per il maratoneta coreano Sohn Ki – chung (medaglia d’oro) che non poteva correre con il suo nome ma con quello giapponese per l’annichilimento del Giappone sulla Corea. Ognuno nel suo piccolo era diventato grande. Grazie a Federico Buffa per averci regalato due ore di Storia e di Sport dimenticati dai libri e nella maggior parte dei casi neanche citati dagli insegnanti. Lo sport che si mescolava agli anni della ferocia di Hitler che voleva fare di quelle Olimpiadi, la supremazia della razza ariana, al punto da installare venticinque maxi schermi in diversi punti di Berlino affinché la gente comune tedesca potesse ammirare le imprese dei suoi atleti. Mai come allora i Giochi coinvolsero il pubblico, furono venduti oltre quattro milioni di biglietti. L’occasione venne celebrata dal film Olympya dalla famosa regista Leni Riefenthal e che probabilmente è il film olimpico più importante mai girato.

Quando ha scoperto di essere un grande narratore?

Non è la percezione che ho di me però mia sorella mi diceva che da piccolo quando eravamo in auto, facevo delle cronache del nostro viaggio. Probabilmente l’idea di descrivere quello che vedo o penso fosse una parte di me. Non sapevo di essere un narratore, veramente non ne sono convinto neanche adesso. So che ho avuto un’opportunità e mi ha fatto enorme piacere poterla accettare.

«Un buco nella storia ma non ce ne accorgevamo affatto». Com’è possibile?

È una delle prime battute di Wolgang Furstner, il personaggio che interpreto. È una visione che Emilio Russo che ha scritto la parte teatrale ha avuto, cioè di un uomo che ritorna nel luogo dove era stato in maniera onirica. Sono passati vent’anni da quel periodo e sono i vent’anni forse più importanti della storia della Germania, valutato ex post naturalmente.

Dietro ogni storia c’è un atleta da raccontare. Chi l’ha colpita di più?

Il maratoneta coreano Sohn Ki-chung che vince la maratona ma non può correre con il suo nome ma con quello giapponese perché i giapponesi stanno annichilendo i coreani. Recentemente la Corea ha chiesto ardentemente al Comitato Olimpico Internazionale di riavere quella medaglia perché l’atleta era coreano a tutti gli effetti ma il CIO non ci ha mai sentito e l’ha lasciata al Giappone.

«C’ero e lo racconterò»…

Anche questa è una frase tratta dal primo atto ovverosia uno dei personaggi della storia tiene un diario di quello che succedeva in quella Germania, vuole essere parte di questa storia e nel suo diario scrive come se scrivesse ad un pubblico «Ci sono stato a vedere quell’esempio di passaggio storico e vorrei raccontarlo».

Si può competere con l’intelligenza ma mai con la stupidità. Cosa ne pensa?

È che c’è un solido fondamento.

Nella follia di Hitler?

Quella non credo sia una stupidità, è un disegno che dura dodici anni realmente e da cui il mondo non si è assolutamente disintossicato. Dodici anni nella storia dell’umanità sono un battito di ciglia e la disintossicazione da quel fenomeno potrebbe anche non avvenire, è evidente che non è assolutamente qualificabile come stupidità. È qualcosa d’inverosimile che è successo e per certi versi continua a succedere e che dà alle Olimpiadi del 1936 una sinistra attualità ancora adesso.

Si definisce un appassionato di sport che preferisce viaggiare nella memoria.

Sono molto più a mio agio con le storie concluse piuttosto che con le storie completamente attuali. La conclusione della storia, al di là dei suoi effetti che si propagano nel tempo come nel caso delle Olimpiadi del 1936, ti permette un esame d’insieme o un tentativo di analisi d’insieme, mentre parlare dell’attualità o di quello che succede, a parte il fatto che non ho una particolare attrazione e predisposizione, dà sempre un senso di incompletezza perché la storia in realtà è ancora in corso e quindi tu non la vedi nella sua compiutezza.

Su Sky sport ha già dato modo di essere empatico con le storie umane . C’è una storia che vorrebbe raccontare?

Quando raccontavo di Basket, sicuramente la storia di Drazen Petrovic che finisce in maniera prematura ma è lui il giocatore non americano che per primo ha mostrato agli americani che i giocatori europei non d’area americana potessero essere dei fuoriclasse, cosa che loro non avevano contemplato prima. Muore in circostanze tremende, la sua fidanzata sta guidando sull’autostrada, lui sta dormendo, lei sbaglia una frenata e lui morirà nel sonno, non ha mai saputo di essere morto. Un giocatore eccezionale che mi sarebbe piaciuto. Nel calcio ho una passione per gli uomini che durano tanto tempo e che attraversano i periodi. C’è questo allenatore di nome Béla Gouttmann, ungherese naturalizzato austriaco, di origine ebraica, grande innovatore della storia del calcio, soprattutto il più duttile degli innovatori e tanti allenatori di adesso fanno le cose che lui faceva cinquant’anni fa. Quando tu passi sulla strada di qualcuno che cinquant’anni fa faceva quello che fanno adesso, secondo me hai il dovere di andare a dire a chi c’è adesso che cosa è successo a te.

Cecilia Gragnani e Federico Buffa in una scena de Le Olimpiadi del 1936.

Cecilia Gragnani e Federico Buffa in una scena de Le Olimpiadi del 1936.

Ha mai pensato di portare questo spettacolo nelle scuole?

Me l’hanno chiesto. Devo dire che lo trovo impegnativo per un pubblico scolastico però probabilmente ragiono male o ragiono in maniera parziale. Ragiono con la testa di un dodicenne dei miei tempi mentre ormai i dodicenni di oggi se non altro hanno accesso a centomila volte le cose a cui avevamo accesso noi e quindi potrebbero essere più ricettivi di conseguenza. Mi sembra difficile per un pubblico di ragazzi liceali però molte volte sono gli insegnanti che hanno portato i ragazzi a teatro e lì devo dire sono rimasto molto colpito. Ho fatto un test con il fratello della mia partner in scena, Cecilia Gragnani, che è uno studente universitario ed i suoi compagni della squadra di calcio che sono tutti diplomati o universitari. Ho chiesto se qualcuno conosceva le Olimpiadi del 1936 e la sua importanza, in sette hanno risposto no. A quel punto sono convinto che ci sia un problema di fondo, ovvero che nella scuola italiana la scuola del ‘900 finisca con il Trattato di Versailles e non ci sia niente dopo perché è troppo complicato mettersi lì a discutere cosa succede tra il ’22 ed il ’45 e quindi noi la lasciamo lì. E te ne accorgi subito che è diverso. All’interno di quel periodo c’è anche un evento sportivo epocale come quello che non è solo un evento sportivo ma molto di più. Se non l’hai studiato a scuola non tutti hanno voglia di approfondire ed è vero che c’è un vago piacere di stimolare una ricerca da parte di qualche ragazzo. Penso che gli insegnanti facciano bene a dire «Sentite questa storia, non fermatevi solo al campione sportivo ma guardate anche le coincidenze, le circostanze, le conseguenze di quello che è successo».

Beh, a giudicare dai suoi fan che ci circondano sono tutti ragazzi.

È una grossa responsabilità. Secondo me verrebbero. La maggior parte è un pubblico di ragazzi, te ne accorgi subito se è un pubblico teatrale da come reagisce. Allo Stabile di Torino dove abbiamo avuto l’onore di stare l’anno scorso, c’era un pubblico teatrale.

Elisabetta Ruffolo