A Capodanno, Tiziana Foschi, al Teatro dei Conciatori di Roma aveva brindato con il pubblico con lo spettacolo Cibami, riconfermando lo stesso successo della stagione precedente. Fino al 22 gennaio, è ancora al dei Conciatori, con Lettere di Oppio di Antonio Pisu, fortemente voluto da Tiziana Foschi che ne ha seguito la scrittura passo dopo passo chiedendogli degli ‘ingredienti’. Lui aveva molta paura perché per il grande pubblico la Foschi è un’attrice comica anche se in realtà è solo in Italia che esiste questa distinzione. È un’attrice a tutto campo, ha vissuto tanto di comicità con la Premiata Ditta e quelle corde dell’ironia, del non abbandonarsi troppo al patetismo di una scena le sono rimaste dentro. È stata proprio la Premiata Ditta a darle la forza e un certo sguardo sulle cose che è sempre un po’ ironico, senza mai prendersi troppo sul serio. Voleva però quel leggero amaro, quel leggero dolore che la fa impazzire, essendo una grande fan di Gabriella Ferri che nella sua infanzia è stata l’esempio di quell’amaro romano, elemento per lei indispensabile anche quando, da spettatrice, va a vedere le commedie ricercando il senso dell’impalpabile. In Lettere di Oppio, oltre ad esserci la sensazione dell’incorporeo e del sogno, ci sono anche le voci del pensiero che portano a un montaggio molto particolare e che non volendole ambientare nell’oggi l’Autore le ha traghettate in tempi lontanissimi ma anche molto vicini.

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Ritratto di Tiziana Foschi e Antonio Pisu.

Chi è Dorothy?

Se possiamo dirlo è una nerd dell’epoca che vive di questa corrispondenza con il marito in guerra. Una guerra nata per l’egemonia del mercato dell’oppio con la Cina. Adesso si parla di liberalizzazione, ci sono quindi dei punti di contatto con i tempi che viviamo. Mi piaceva il contrasto tra la claustrofobia di questa casa dove tutto rimane fermo, dove lei non accetta nessun invito ad uscire fuori. Thomas non riesce a scavalcare quella porta che poi l’imprigiona in una meravigliosa simbiosi. Fuori c’è una Londra che scalpita, c’è la rivoluzione industriale, c’è il femminismo. Abbiamo voluto mettere degli input nozionistici dell’epoca perché ci piace fare anche un lavoro di questo tipo. La scrittura è molto curata pur lasciando sempre in sospeso, le note dell’ironia. La regia stupenda di Federico Tolardo che è un grande attore e che si è cimentato nella sua prima direzione. Ci ha orchestrati tra la scelta delle musiche, tra le coreografie dei movimenti che ha costruito. È tutto molto armonico. È difficile parlarne quando si è dentro ma sento anche molti commenti sull’armonia dei movimenti sulla scena e le parole che si alternano in maniera gradevole.

Che rapporto c’è tra Dorothy e Thomas il suo servitore?

Lei mal sopporta la presenza di questo ragazzo (Antonio Pisu) un ingombro per lei, voluto fortemente dal marito e nel finale scopriremo il perché della sua presenza. A un certo punto i ruoli s’invertono e le prese di posizione si sfaldano. Per quanto riguarda Dorothy, la sua durezza diventa seduzione e diventa piccolissima, alla fine lo abbraccia. Lui che è così metodico, cerca sempre la lotta con lei ma alla fine si scioglierà, disarmato anche dalla sua erudizione. Comincerà la conoscenza in cui ci si perde sempre un po’ e si diventa anche un po’ fragili perché si provano delle cose, ci si fanno più domande.

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Foto di scena di Lettere di Oppio, al Teatro dei Conciatori di Roma fino a domenica 22 gennaio.

Un po’ di cultura nella vita non nuoce. Argomento cruciale nei nostri giorni. Che fine ha fatto la cultura in Italia?

Non so cosa dire. A detta di molti questo è uno spettacolo di nicchia, curato, dove si ride, si riflette, si provano delle piccole emozioni. Ho voluto fortemente la presenza di artigiani della scena che ogni sera rimontiamo totalmente, visto che viene devastata. Le luci che danno una certa atmosfera, l’uso di una parola rispetto a un’altra. C’è il lavoro di uno scrittore che nessuno considera, tanto ormai siamo abituati alle battute da bar e lo dico io che sono figlia di baristi. Un giorno Maurizio Battista mi diceva «A noi che ci avemo avuto un bar, le battute non ci mancano» e invece credo che in scena vada rispettato il lavoro dello scrittore, ricercate le parole giuste. Ritornando alla domanda, veramente non lo so, perché questo spettacolo facciamo fatica a proporlo. Mi chiedono subito «È molto comico? La gente ride?». È un argomento molto difficile e anche molto doloroso, alla mia età francamente me ne infischio perché a un certo punto sono stanca di lottare contro i mulini a vento. Mi dispiace molto quando i ragazzi mi chiedono cosa fare per imparare il mio mestiere. Oggi, non ho proprio la risposta perché mi sembra il caso che si debba sudare per lavorare. Questa è una cosa bella. Se si cerca di evitare quel passaggio della fatica, dell’attesa, dell’entusiasmo, non so cosa possa rimanere.

È anche vero che questa generazione vuole tutto e subito…

Noi stiamo affrontando adesso trent’anni di mancata erudizione, mancato sentimento, mancata passione e attesa delle cose. Non possiamo scaricare su di loro tutta la nostra negligenza. Abbiamo accettato un modo di vivere, forse più facile, più comodo ma adesso sono molto duri.

Credo che le persone debbano seguire necessariamente il loro destino. Pensi di averlo fatto?

Assolutamente sì. Bevevo l’aceto, mi mettevo le gambe dietro la testa, forse volevo fare la contorsionista o la ballerina, piuttosto che l’attrice. Poi la parola mi ha rapita e mi ha intrappolata in un ambiente in cui tutti i cervelli in fuga possono andar via e di miei musicisti ne ho visti tanti andar via. Io invece sono legata a questa parola che m’intrappola in Italia. Al contempo sono molto felice perché è una parola meravigliosa.

Cosa consiglieresti a un giovane che vorrebbe fare il tuo mestiere?

Come non si può consigliare un’esperienza come il teatro che dovrebbe essere messo nelle scuole come materia di ricerca personale, di espressività sia del corpo che della mente, dei sentimenti, del cuore, perché mette in ballo tutto. Poi puoi diventare o no un attore però è un percorso interiore meraviglioso, è veramente un lusso, non avere la macchina bella ma avere una bella esperienza con se stessi.

Elisabetta Ruffolo