Intervistare Gabriele Mazzucco è sempre un piacere. Giovane artista di talento con il quale si parla di tutto, dai social ai mezzi di comunicazione ed in ogni argomento scopri che ne sa sempre qualcosa in più. Ama il teatro e cerca di portare sul palcoscenico storie con temi sociali e storici, sempre con grande rispetto per gli spettatori, facendo sì che si possa avere sempre spunti di riflessione anche su temi non facili. Lavora molto anche nel teatro per i bambini, cercando soprattutto di farli divertire ma coinvolgendoli con l’interazione e facendogli capire che il teatro è magia. Questo è vero perché sia il bambino che l’adulto quando esce dal teatro ed ha assistito ad uno spettacolo interessante, non è mai lo stesso individuo di quando è entrato.

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Gabriele Mazzucco.

Che realtà è quella del teatro urbano BARNUM Seminteatro? Che pubblico ha?

È un’associazione culturale, una comunità che si è costruita nel tempo, sono persone che vivono il teatro giornalmente sia come addetti ai lavori, sia come allievi e sia come pubblico. Un pubblico caloroso che partecipa ed è vicino agli artisti che vanno in scena, al 100% sotto tutti i punti di vista.

Il 26 ed il 27 novembre sarà in scena L’isola, cosa racconta?

È scritto e diretto da Marzia Rebecchi. È uno spettacolo al femminile che racconta le debolezze dell’animo femminile. È una commedia dai vari chiaroscuri e dopo il debutto a settembre nella Rassegna Comic off di Testaccio, dove l’avevamo visto e ci era piaciuto, abbiamo deciso di portarlo al Barnum perché siamo sicuri che il pubblico lo apprezzerà.

L’isola potrebbe essere una metafora dietro la quale ci nascondiamo e soprattutto viviamo in solitudine perché troppo presi dai social ed abbiamo messo uno schermo tra noi e gli altri?

Come esseri umani siamo abituati a nasconderci dietro ogni cosa che ci possa fare ombra. Oggi sono i social, ieri erano i quotidiani e le piccoli associazioni che in qualche modo ci tenevano lontano dalla società e dal mondo in chiaro. L’essere umano ha grossi problemi d’incomunicabilità, questo anche all’interno dell’ambito familiare. Ha bisogno di essere protetto ed a volte di essere più grande di sé anche attraverso un mezzo che possa filtrare, come in questo caso i social che danno di noi un’immagine edulcorata ed in qualche modo protetta perché non ci mettiamo la faccia o lo sguardo in quello che diciamo.

Secondo te, esiste ancora la Piazza di paese o di quartiere?

Certo, ne sono profondamente convinto. Se tutto è messo in condivisione con tutti attraverso i social, in qualche modo la nostra persona la mettiamo in gioco solo dove ci sentiamo in qualche modo protetti. Quando c’è la possibilità di stare con persone di cui conosciamo vari aspetti come in questo caso artistici, ci sentiamo più protetti e più gratificati.

Sei un giovane artista di talento a cui piace più raccontare che denunciare, perché?

Nei miei testi mi piace affrontare tematiche sociali e storiche, come un intrattenimento. Mi piace far ridere la gente, cercando di far sì che la storia sia leggibile e comprensibile per tutti quanti. Non riesco a scrivere storie che abbiano al loro interno tematiche politiche del passato o del presente con uno sguardo verso il futuro. Sia in La storia di mezzo che nel Fantasma della Garbatella o in M’iscrivo ai terroristi uso dei personaggi ‘fumettosi’ che danno molto l’idea dei cartoons per poter poi affrontare tematiche come l’anarchismo individualista. Nel Fantasma della Garbatella cerco di dare la percezione religiosa ad oggi, nel 2016. In M’iscrivo ai terroristi cerco di raccontare come e quanto i mezzi d’informazione riescano a farci vivere indirettamente la paura ed indirizzare le nostre scelte. In realtà come storie sono raccontate in maniera divertente e in situazioni familiari e lavorativi. Mai niente è dichiarato per quello che è.

Hai citato i mezzi d’informazione. Secondo te, oggi sono veritieri o sono edulcorati anche loro?

Penso che non possa esistere nessun mezzo di diffusione nazionale che possa essere completamente scevro da influenze politiche o economiche. Non ho assolutamente nessuna fiducia nel mezzo di comunicazione a tiratura che possa andare oltre il racconto dell’amico ad altri amici. L’unico vero reporter è la persona che è sul campo che non ha nessun interesse nel non raccontarlo per quello che è. Tutto il resto è lavoro.

Lavori molto spesso nel teatro per i bambini. Come avvicinarli ad amare il teatro?

Per quanto riguarda il nostro gruppo di lavoro noi cerchiamo di farli venire a teatro e di garantirgli il divertimento che è l’aspetto più importante per i bambini. Raccontare fiabe e storie che abbiano una forte componente morale o ambizione didattica, altre volte invece divertimento fine a se stesso perché non vedo per quale motivo un bambino non debba solo e semplicemente divertirsi. Per i bambini più piccoli facciamo molta interazione, cerchiamo di coinvolgerli, di fargli vedere che il teatro è una magia piacevole. Lavoriamo con varie età fino all’adolescenza. Lavoriamo sui classici cercando di avere un linguaggio che sia contemporaneo. Senza presentare il classico per quello che è nella forma del linguaggio originale. È fondamentale avvicinarli al teatro perché è vita, un anticorpo rispetto al male che c’è nella società. Poter vivere il teatro vuol dire arricchire noi stessi. Sviluppare uno spirito critico vuol dire relazionarsi con i personaggi, simpatizzare con loro. Capire che tutto ciò che ci è stato lasciato come patrimonio culturale e vederlo rappresentato nella letteratura o in teatro, significa arricchirsi culturalmente e scandagliare un po’ l’uomo sia da spettatore ma anche con la mente. Quando si esce da uno spettacolo teatrale ben fatto non si è mai uguali a quando si è entrati.

Elisabetta Ruffolo