Dopo quasi duecentocinquanta repliche torna a Roma Minchia Signor Tenente, la commedia scritta da Antonio Grosso, giovane autore tra i più interessanti del teatro italiano che riesce a parlare di Mafia con leggerezza, in scena al Teatro Marconi di Roma dal 18 al 27 ottobre. Ambientata in un paesino della Sicilia dove non succede mai niente tranne dei furti inesistenti che vengono puntualmente denunciati da un tipo strambo. È il 1992 anno della morte di Falcone e Borsellino uccisi perché stavano per scoprire la connivenza tra Stato e Mafia. Molto cambiò in Sicilia dopo la loro morte. I Siciliani non erano più disposti ad accettare la sopraffazione della mafia e cominciarono a ribellarsi. Il testo prende spunto dall’omonima canzone di Giorgio Faletti, vincitrice del Festival di Sanremo due anni dopo e che fece esclamare al papà di Grosso che era carabiniere «Un duro colpo sarà inferto alla mafia». In realtà da allora poco è cambiato a parte la ribellione degli isolani. Di Mafia si parla ancora ma non più formata da gente che non sapeva né leggere e né scrivere ma dei cosiddetti colletti bianchi che si sono insediati ovunque e che comandano sia in Italia che oltre confine. Una Sicilia vessata di cui sembra di sentire l’odore degli agrumeti e l’infrangersi delle onde sugli scogli. Una Sicilia che è terra di grandi scrittori, una Sicilia che viene raccontata con toni poetici, con il sorriso e che tutti noi siamo certi non si piegherà mai al volere dei più.

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Locandina dello spettacolo Minchia Signor Tenente, in scena al Teatro Marconi di Roma.

Minchia Signor Tenente è ambientato nel 1992 in un piccolo paesino siciliano dove non succede mai nulla, com’è possibile?

È possibile perché ci sono tanti paesini non solo in Sicilia ma in tutta l’Italia dove non succede mai nulla se paragonati alle grandi città, se invece il paragone viene fatto con gli altri paesini, succede tanto. Il paragone è fatto con la vita nelle Metropoli ed il non succedere nulla è il significato di queste persone che vivono nella semplicità e deve essere vista come una cosa positiva.

L’idea è nata dalla canzone di Giorgio Faletti che vinse nel 1994 il Festival di Sanremo?

Sì ma l’ho scritto dieci anni dopo. Mio padre era maresciallo dei Carabinieri, ero molto vicino alle tematiche della mafia, conoscevo molto bene le situazioni ed ho cercato di scrivere su un argomento molto serio qual è la mafia ma dandone una visione diversa da quella che solitamente si vede al cinema o a teatro. Qui è rappresentata come qualcosa di leggero, non tanto la mafia ma la Storia.

Credo che non sia molto facile raccontare con leggiadria argomenti come la Mafia, come ci sei riuscito?

La leggerezza è fondamentale nelle cose, soprattutto quando si parla di cose drammatiche, quando si va ad affrontare un argomento tragico nel suo modo di essere, bisogna sempre e comunque attraversarlo con una piena ondata di leggerezza.

In questa Caserma non succede mai nulla tranne che ogni giorno un tipo strambo va a denunciare furti inesistenti. A chi ti sei ispirato per questo personaggio?

Mi piaceva questo strano personaggio che tra l’altro è molto poetico, interpretato da un fantastico attore che è Natale Russo che lo rende ancora più poetico e divertente rispetto a com’era quando è stato scritto. Ho preso spunto da una persona del paese che tutti pensano una cosa che in realtà è tutt’altra, anzi, forse se li mette nelle tasche a tutti quanti.

La Sicilia è un’isola in cui si può perdere tutto ma non l’orgoglio. È sempre così e che cosa è cambiato dopo la vittoria a Sanremo di Minchia Signor Tenente?

Non è cambiato nulla anche se la canzone ha vinto ma oggi ci ritroviamo nello stesso modo. Oggi la differenza è che i siciliani hanno reagito, non c’è più quell’omertà e quella paura che c’era prima ed anche la mafia è stata furba ad affrontare l’argomento e non si è più posta il problema di andare a chiedere il pizzo o meno a qualcuno ma è entrata nelle grandi Società, nel mondo finanziario e di radicarsi ancora di più nella Politica ma non quella in cui i politici venivano appoggiati dai mafiosi, oggi la politica della mafia è estera, è mettere mano nei territori oltre confine ma anche in quelli del Nord Italia. Si serve dei cosiddetti colletti bianchi ma è sempre molto presente ed anche più pericolosa di prima.

Sei anche un Autore molto apprezzato. Come hai scoperto questa passione?

Da adolescente scrivevo delle canzoni con un amico, poi un giorno dopo aver avuto un sogno, scrissi il primo spettacolo su Massimo Troisi e da lì ho poi portato avanti questa tradizione della commedia all’italiana che oggi non esiste più. Oggi esistono le commedie ma non quelle all’italiana. Io ed altre persone abbiamo preso in mano questa situazione ed in maniera originale stiamo portando avanti questo filone. Pensa che a scuola quando dovevo fare i temi d’italiano andavo fuori traccia e prendevo quattro, adesso sono un Autore e sono molto soddisfatto.

Questo spettacolo è in giro da molti anni, state per raggiungere le duecentocinquanta repliche ed è sempre molto acclamato da pubblico e critica. Il successo è immutato. A cosa è dovuto?

È una commedia nazionalpopolare e non me ne vergogno. Magari si scrivessero sempre commedie così. Piace al pubblico perché si rivede nei personaggi, nella quotidianità di quello che raccontiamo. L’argomento della mafia è sempre in qualche modo di notevole interesse per il pubblico italiano.

Cinema, Teatro e Televisione a quale ti senti più affine?

Il mio sogno è quello di fare un film ma il teatro mi piace e mi appartiene molto di più.

Elisabetta Ruffolo