La tournée di Mumble Mumble… Ovvero confessioni di un Orfano d’Arte di Emanuele Salce e Andrea Pergolari, dopo Milano, il 14 e 15 gennaio sarà a Chieti, al Piccolo Teatro Scalo. Emanuele Salce ne è anche interprete insieme a Paolo Giommarelli.

Mumble Mumble nel linguaggio fumettistico significa rimuginare mentalmente, Emanuele Salce trasforma quel rimuginare in parole, riuscendo a portare sul palcoscenico i suoi pensieri più reconditi, le parole non dette, i ricordi di una vita. Ricordi anche dolorosi legati alla morte del padre Luciano prima e a quella di Vittorio Gassman dopo. I due momenti sono vissuti in età diverse ed anche in maniera diversa. Eccellente il suo modo di raccontarli, non rendendo cupa l’atmosfera ma in maniera spensierata, sfatando ciò che la tradizione impone a ognuno di noi, un comportamento ‘prestabilito’ per l’occasione. Lui è talmente bravo che strappa sorrisi e risate al pubblico in uno scambio continuo e raccontando la vita, riesce ad entrare in empatia con esso.

mumble mumble

Emanuele, ti sei formato come regista al Centro Sperimentale di Cinematografia. Dal 2000 in poi si è intensificata la tua esperienza come interprete e autore. Com’è avvenuto il passaggio?

Sono stati vari esperimenti di vita per me, vari tentativi, il Centro Sperimentale l’ho fatto nel 1989, l’anno in cui, poco dopo, morì mio padre. Mi diplomai nel 1991 e fu più frutto di una mia ricerca visto che venivo da tutt’altre esperienze. Cercavo di capire se anch’io potevo misurarmi con una cosa che mi spaventava -l’inevitabile confronto con mio padre -, ma soprattutto per non negarmi questa possibilità, nel caso in cui avessi avuto una reale propensione. Mi cimentai così in questa scuola nella quale, va detto, era anche molto difficile entrare e forse riuscirci era già un traguardo. Realizzai due cortometraggi ed appresi i rudimenti del mestiere, poi ho svoltato altrove. Soltanto in tarda età ho cominciato a fare l’attore, era il 2006 e avevo quasi quarant’anni, l’età in cui altri più ragionevoli di me magari vanno in pensione. È stata una necessità la mia, di essere umano oserei dire, perché come ben sai, questa professione ha anche una valenza molto terapeutica, se affrontata in un certo modo, devi anche andarti a cercare nei personaggi, anche quelli più scomodi e distanti da te, o dalla tua idea di te. E metterci quella parte più vera di te con la quale non sei stato in contatto prima, oppure nascondertici per sempre.

Hai parlato di paura del confronto, alla fine pensi di averla superata?

La paura l’abbatti nel momento in cui decidi di buttartici nella cosa, non era una paura fisica, era più un fastidio diciamo pure inevitabile, un prezzo da pagare e che tocca a tutti i figli d’arte, in qualsiasi campo. I figli d’arte del mondo dello spettacolo però, a differenza di altri non ereditano una struttura o uno studio come succede in altri ambienti, quello dei professionisti ad esempio, non ereditano né teatri né set cinematografici, tantomeno commedie da mettere in scena o altro, né soprattutto la vocazione, uno deve veramente esser certo di voler fare l’attore. A quarant’anni, ho sentito questo bisogno, l’esigenza di voler fare questo mestiere e di farlo in un certo modo, cercando di far delle cose che per me avevano senso. In primis per me, direi quasi egoisticamente e se poi questo ha anche avuto un esito comunicativo con altri, meglio, completa e chiude il cerchio dell’esperienza in sé.

Mumble1

Foto di scena dello spettacolo Mumble Mumble. Ovvero confessioni di un orfano d’arte, di e con Emanuele Salce.

Lo scambio che c’è stato in questo spettacolo è fenomenale. Dal 2010 è stato un crescendo, conquistando il parere favorevole di pubblico e di critica. Che risposta ti sei dato?

È stato piacevolmente sorprendente. Lo spettacolo è sincero e pur parlando di me o meglio con me nel ruolo di me stesso, non è mai uno spettacolo che si parla addosso. Mantiene un certo distacco, mai autoreferenziale, non è retorico ed è molto diretto. Parla di tematiche come la morte di persone care e ciò che arriva è la sua onestà. Porto in scena tutte le mie fragilità, la mia voglia di mettermi in gioco. E poi scopri magari che anche gli altri hanno vissuto le tue stesse cose. Uno parte credendo di raccontare la propria vita ed invece finisce raccontando la vita in generale. C’è quasi sempre un’empatia.

Forse hai voluto portar fuori un dolore che all’epoca non avevi vissuto con cognizione di causa? Nello spettacolo riesci a parlare dei due funerali in maniera spensierata-tragica. Come ci sei riuscito?

Con la chiave che aveva anche mio padre, quella di non prendersi mai troppo sul serio. Quando morì mio padre, mi trovai a dover gestire una situazione più grande di me. Mia madre era al di là dell’oceano con Vittorio (Gassman ndr) che doveva ricevere un premio a Cuba al Festival dell’Avana. Avevo poco più di vent’anni, ero un po’ alticcio dalla sera prima, ma il primo pensiero che mi venne in mente fu di chiamare la ragazzina di cui ero innamorato e che si negava per chiederle di venire da me a farmi compagnia perché mio padre era morto. Racconto tutto con molto cinismo perché spesso nei funerali recitiamo un ruolo tragicomico. Temiamo di sbagliare e allora ci affidiamo ad un ruolo “prestabilito”, concordato. La gente comincia a dire le stesse parole che rassicurano se stessi e gli altri. Se leggiamo i necrologi, sono spesso tutti uguali. Sembra che sia morta sempre la stessa persona…Perché non dire una cosa diversa? O quella che crediamo sbagliata? Cito nello spettacolo il necrologio che mi uscì in quel momento, non per infrangere le regole dei funerali ma per celebrare la nostra tanto temuta inadeguatezza, la nostra incapacità di essere quelli che siamo stati fino a cinque minuti prima. Provando a dirlo davanti al pubblico. Si parla infondo di umanità, dei limiti che ci contraddistinguono e che forse sono la parte migliore di quello che siamo. La nostra unicità.

Hai vissuto con due mostri sacri. Tuo padre Luciano Salce e Vittorio Gassman. Cosa ricordi maggiormente di ognuno e cosa ti hanno lasciato entrambi?

(Emanuele ride, ndr) È difficile sintetizzarli in due parole, non ci riuscirei nemmeno con un libro di quattrocento pagine. Nello spettacolo, la questio la risolvo in una battuta, dicendo «Erano due uomini molto complessi, molto concentrati su di sé, diciamo che noi a tutt’oggi li ricordiamo per i grandi artisti che sono stati, come è giusto, avevano altri talenti…». Alle questioni familiari erano meno interessati. Una volta fatti i conti con noi stessi, una volta sanate le ferite, si accetta il fatto che in realtà non ti è stato tolto niente e che non poteva andare altro che così. Bisogna prenderne atto e smettere di rompere e rompersi le scatole. Tramutare tutto quello che si è vissuto in qualcosa di utile per noi. Del resto, noi siamo quel che facciamo delle risorse a nostra disposizione.

Elisabetta Ruffolo