Eccomi qui sbarcata a Tel Aviv e al mio quarto giorno Israeliano.

Prima considerazione: ho sbagliato valigia, fa caldo, molto più caldo che in Italia, anche se il meteo mi dava più o meno stessa temperatura. Va bene, splende il sole caldo, mi adatterò facilmente, ma voi non vi fidate del meteo!

Nei giorni passati ho ricevuto molti messaggi, alcuni di apprezzamento, altri di preoccupazione che mi hanno strappato il sorriso (poi capirete il perché), infine alcune critiche “politiche” sul mio tono entusiasta rispetto ad Israele. Insomma tutte reazioni in linea con le impressioni avute prima di partire! Preciso comunque che non c’è niente di politicamente schierato in questo scrivere, semplicemente racconto ciò che vedo, osservo una società cercando di non guardare con nessun filtro preconfezionato, con l’unico fine di capire e raccontare. Le personali posizioni politiche le lasciamo ad altri contesti.

Veniamo ai sorrisi di cui sopra: uno dei leitmotiv delle settimane scorse erano le raccomandazioni sui controlli.

Arrivo alla dogana, quindi, pronta a rispondere a delle domande insistenti, penso anche ai timbri sul mio passaporto di paesi non filo israeliani, faccio scivolare il passaporto nella feritoia e mentre sto per spiegare il motivo della visita, dall’altra parte mi allungano un permesso di soggiorno validità 3 mesi, senza battere ciglio.

Ecco qui un altro mito sfatato!

Va bene sono stata fortunata, e forse l’essere italiana aiuta: «Where are you from?» «Italy», rispondo, ed un sorriso si fa largo sui volti tonici della generazione Millenial così come tra le pieghe frastagliate di visi chi sa di ciò che è stato.

Ad oggi, non ho avuto nessun problema, mostro il passaporto e la mia carta di soggiorno con orgoglio (ebbene sì posso dire di essere immigrata con permesso di soggiorno) e via.

Rimane, comunque, difficile abituarsi a vedere mitra a tracolla che girano sulle pensiline dei treni, all’entrata dell’università o degli ospedali. Eh sì, soprattutto se donne, qualcuno di voi aggiungerebbe. Invece no: non è l’aspetto di genere che mi fa stridere il tutto, ma è l’arma di per sé, il mitra, è una cosa a cui non riesco ad abituarmi.

Il “mitra” ha un sapore diverso, sa di “guerra” e di “conflitto acceso” più della pistola del poliziotto o del carabiniere. Non è la prima volta che faccio questa considerazione, sono stata in diversi paesi armati e in conflitto, ma ogni volta quel mitra mi fa lo stesso effetto.

Tolto questo aspetto, Tel Aviv si mostra nella sua pienezza: una città moderna e in costruzione, segno di un economia in continua crescita. Cantieri, grattacieli, parchi e passeggiate a mare sorgono a vista d’occhio. Il benessere si percepisce a pelle, ma non è una opulenza “da mostrare” come mi è capitato di vedere in altri paesi ricchi. A prima vista è un benessere organizzato e funzionale, un benessere che punta alla qualità di vita, mi verrebbe da dire.

Il primo impatto con la diversità demografica arriva per strada, uno “Shalom” di saluto mi raggiunge da parte di molte mamme con carrozzina e bambini, cosa già incredibile per chi come vive in una delle città più anziane di Italia, dove quasi il 30% della popolazione ha più di 65 anni e solo l’11% meno di 14.

L’effetto più estraniante ce l’ho in un posto insospettabile: il supermercato. Entro per fare degli acquisti di “primo sbarco”, e incredibilmente mi trovo coinvolta in un gioco del nascondino tra gli scafali da un gruppo di bambini di 10 anni circa, mentre cerco di realizzare cosa sta succedendo, la confezione di shampoo che tengo in mano attira l’attenzione di un nanerottolo dolcissimo in braccio alla mamma e lo agguanta. Sorrido, me lo riprendo, e penso: benvenuta nel paese del 3,8 figli di media per donna.

In effetti vedo pochi anziani per la strada o meglio quelli che ci sono sembrano abbastanza autonomi, e comunque sia incontro pochi anziani soli, spesso sono accompagnati. Altro elemento di differenza con l’Italia, me lo annoto mentalmente tra le percezioni utili alla ricerca.

Alcuni quando mi salutano abbozzano qualche parola italiana imparata alla scuola francese quando ancora di scuole israeliane ce ne erano poche. Ecco perché ho sentito parlare francese tra di loro. Chiedo conferma della mia ipotesi, e mi rispondono sì, è per questo, e aggiungono, recentemente c’è un nuovo flusso di immigrazione di ebrei dalla Francia . Ah sì, e perché? Beh, per la crisi economica europea e soprattutto per il timore di radicalismi politici in alcuni paesi.

In attesa di incontrare la persona da intervistare mi avventuro in una passeggiata sul lungo mare di Tel Aviv per raggiungere Jaffa, la città vecchia. l colori del mare, della sabbia e le pietre bianco marmoreo richiamano la Sicilia, mi viene in mente il centro storico di Siracusa a strapiombo sul mare; d’altronde sempre di costa del Mediterraneo si tratta e soprattutto di luoghi dove la storia è stata fatta e non solo raccontata.

Giro tra i moli del porto vecchio e noto che tra le barche ormeggiate più di una ha, in bella vista, una o più poltrone da salotto posizionate sulla poppa, sulla prua o sul tetto della cabina di pilotaggio: quello che si dice “un salotto di mare”, l’associo alla voglia di vivere il porto e la barca come un luogo di apertura e di socialità.

A Tel Aviv visito un ospedale privato, convenzionato, per la prima intervista sulla cura degli anziani. Mi colpisce l’attenzione per il paziente e per la famiglia: liste d’attesa quasi azzerate, spazi confort attrezzate di cucina e zona relax con televisione per le famiglie, sale d’attesa con spazi separati per la privacy e schermi dove i familiari possono verificare a che stadio è l’intervento di chi hanno accompagnato. Cose da fantascienza per noi, che evidenziano un’attenzione per i bisogni delle famiglie. Una coppia di ebrei ortodossi in abiti tradizionali quando incontrano il mio sguardo si spostano in un angolo più protetto. Per finire mi fanno visitare la zona pediatrica che ha al suo interno la scuola primaria: filotto! e il cerchio intergenerazionale si chiude.

Finita l’intervista, prendo il treno verso nord destinazione per Haifa, la città più anziana del paese, ma di questo vi racconterò la prossima volta.

Georgia Casanova