Una serata alla Casa di Riposo Verdi non è come quelle che si passano nei tipici luoghi di accoglienza di anziani per quanto lussuosi e confortevoli siano: nel salone, tra i cimeli del grande maestro benefattore di musicisti in pensione, il famoso quadro di Boldini che ritrae Verdi, il vecchio pianoforte a coda, qualcuno sta dormendo sul divano immerso in un sonno profondo sotto un plaid mentre gli anziani ospiti della casa stanno sgomberando dal salone; una di loro (impersonata dalla pianista Beatrice Benzi) si attarda a strimpellare al piano alcune note melodie verdiane ricordando forse i bei tempi andati delle sue esibizioni, poi, sollecitata da una inserviente della casa, pian piano, se ne va con gli altri lasciando ricordi, nostalgie, rimpianti, sogni perduti al giorno successivo. C’è invece chi questi sogni li vive sempre e – tra una birra e l’altra – continua a riviverli anche di giorno: è l’ospite della casa che, pure tra una dormita e l’altra sul divano, rivive la vicenda di Falstaff e la Casa di Riposo Verdi diventa un set cinematografico su cui scorrono sequenze movimentate tra l’onirico e l’attuale, dove gli altri personaggi dell’opera verdiana in costume tardo ottocentesco entrano dalle finestre e la trasfigurazione del salone – scena fissa – si compie ogni volta con fumogeni che spandono una cortina di fiaba e di mistero proprio come le brume della fosca leggenda del cacciatore di Herne, ma lui, Falstaff, rimane per tutta l’opera in camicia a scacchi, pantaloni e pantofole. Nulla che facesse pensare al noto film Amici miei atto III, con gli anziani bontemponi riuniti nella casa di riposo ma ancora capaci di ridere e scherzare anche in modo volgare; piuttosto la regia di Damiano Michieletto del Falstaff verdiano, cui ho assistito il 7 febbraio scorso alla Scala, ha mosso i due piani temporali – quello relativo agli ultimi anni di Verdi e quello attuale – con garbo, eleganza, chiarezza e un tenero, affettuoso sguardo all’ultima età. Falstaff era Ambrogio Maestri, baritono dalla vocalità “fluviale”, che ha debuttato la parte proprio alla Scala nel 2001 e da allora l’ha cantata più di 250 volte in 25 teatri di tutto il mondo: più che un’interpretazione, si può definire un’incarnazione dell’ultimo grande personaggio verdiano: un «enorme Falstaff» con un fisique du rôle assoluto e un’efficacia scenica unica e conclamata.

Ritratto di Ambrogio Maestri. Ph. Dario Acosta

Ritratto di Ambrogio Maestri. Ph. Dario Acosta.

Le allegre comari di Windsor erano Carmen Giannattasio (Alice), Giulia Semenzato (Nannetta), Annalisa Stroppa (Meg) e Yvonne Naef (Quickly), gli uomini Massimo Cavalletti (Ford), Francesco Demuro (Fenton), Carlo Bosi (Cajus), Francesco Castoro (Bardolfo), Gabriele Sagona (Pistola), artisti tutti ben diretti in un’azione scenica piena di movimento e di varietà. Il grande pregio della regia di Michieletto era proprio la chiarezza e la coerenza con cui ha mosso le fila di una commedia a sfondo malinconico unendo innumerevoli momenti ricchi di azione a particolari teneri e pieni di incanto-disincanto come i due anziani che, sulle note delle schermaglie d’amore di Fenton e Nannetta, si ritrovano per abbracciarsi, tenersi per mano e rivivere, chissà, quella gioia che doveva essere e non è stata o consiste ormai solo nel contemplare insieme il volo leggero di una farfalla scarlatta come un cuore.

Ritratto di Carmen Giattanasio. Ph. © Jean Philippe Raibaud.

Ritratto di Carmen Giattanasio. Ph. © Jean Philippe Raibaud.

L’idea potente su cui si incentrava tutto lo spettacolo risultava funzionale ed efficace a ogni situazione scenica, anche in quelle dove si ricorreva all’espediente onirico che riusciva plausibile e giustificava in pertinenza e bellezza tutti gli snodi dell’azione innescando tanti meccanismi metaforici e polisemici: così alla fine del secondo atto Falstaff non finiva più nel Tamigi, ma veniva gavettonato da tutti gli altri con secchiate di polvere di stelle azzurra: sogno o desiderio? La domanda era lecita perché la polvere luccicante scendeva sull’ampio messere anche misteriosamente dall’alto. Visioni di passati trionfi teatrali (veri o presunti?) mitizzati nel ricordo erano le proiezioni video di Roland Horvath dove, sullo sfondo compariva un Maestri in costume tradizionale di Falstaff alla ribalta della Scala nel momento di ricevere applausi; le stesse proiezioni che riprendevano alcune foto del Maestri all’inizio di carriera non proprio smilzo, flessibile e snello come vorrebbe teneramente trasfigurarsi Falstaff davanti ad Alice. E la mascherata finale? Una serata festaiola alla casa di riposo con scherzi e zingarate. Come Michieletto sia solito unire variamente e con esiti alterni la realtà al sogno è noto fin dai tempi della sua Gazza ladra del 2008, in cui le intemperanze sono state a mio dire eccessive ed irritanti, ma, devo ammettere, con questo Falstaff scaligero, già presentato al Festival di Salisburgo nel 2013, ha dimostrato di saper dirigere in maniera ben più coerente e chiara la sua verve inventiva. Impeccabili le scenografie di Paolo Fantin, che ha ricreato il salone della casa di riposo Verdi di Milano fin nei minimi particolari. La direzione del Maestro Zubin Mehta sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala che festeggia i suoi 55 anni di collaborazione con il tempio lirico milanese, ha scelto dei tempi morbidi per le grandi scene di insieme in cui Verdi rievoca momenti di polifonia cinquecentesca Quell’otre, quel tino…È un ribaldo, un furbo, un ladro… Del tuo barbaro diagnostico nel primo e nel finale del secondo atto; così il lato malinconico della commedia lirica tendeva a prevalere su quello propriamente comico e brillante anche nelle scene di grande concitazione: una scelta palesemente in linea con il taglio registico-scenico dell’opera. Meravigliosa trasparenza e leggerezza era quella del Coro della Scala diretto dal Maestro Bruno Casoni. Il Falstaff di Verdi, cui si affianca tutta una corrente direttoriale novecentesca da Toscanini in poi – l’opera in effetti anticipa il ‘900 musicale italiano – si distanzia dal melodramma di tradizione per la scrittura vocale che non è più la dominatrice assoluta e il diverso rapporto tra canto ed orchestra: in tal senso vanno considerate le parti vocali che devono agire in équipe tra loro e con quelle strumentali, quindi è naturale come non ci sia nessuna parte davvero prevalente oltre quella di Falstaff che giganteggia; i brani solistici più corposi e suggestivi – unici veri lacerti di forme chiuse – sono infatti destinati a due personaggi, Fenton e Nannetta, che non muovono in prima persona la vicenda, ma definiscono un ambiente e un colore atmosferico, quello delle due rispettive arie Dal labbro il canto estasiato vola e Sul fil d’un soffio etesio. Convincente in questo senso la prova di Francesco Demuro nel ruolo di Fenton: una vocalità di tenore lirico leggero senza ombre con il dovuto squillo ma anche giusta morbidezza, acrobatico e tenero scenicamente nelle sue schermaglie d’amore con la vivace Nannetta del soprano di pari taglia vocale Giulia Semenzato, che ha brillato per colore e purezza di emissione delineando un personaggio molto più sensuale e malizioso del solito. Ottima comunicativa e buon calibro vocale quelli di Massimo Cavalletti nel ruolo di Ford: uno spessore di dinamiche ben modulate e funzionali ad individuare i diversi piani umorali del personaggio che si presenta a Falstaff fingendosi un nuovo ospite della casa di riposo Verdi sulla sedia a rotelle e fa scattare una scena esilarante avvalendosi di un range vocale ben valido negli acuti e una presenza scenica efficace e accattivante. L’Alice di Carmen Giannattasio ha confermato il successo già ottenuto con la precedente edizione scaligera dell’opera firmata dalla regia di Carsen-Harding: il soprano lirico ha esibito una pienezza vocale più sensibile nel canto spianato ed emergeva egregiamente nei concertati, ma, anche se le agilità non le mancano, avremmo volentieri voluto ascoltare una brillantezza maggiore nel momento di Gaie comari di Windsor!. Adeguata al temperamento vocale dell’équipe era Annalisa Stroppa in Meg Page. Finemente sensuale la Quickly di Yvonne Naef, aveva un profilo scenico elegante e niente affatto senile come avviene in genere: l’emissione dei gravi nella Reverenza, quando si presenta a Falstaff sotto le sembianze di un’ammiccante infermiera generosa di forme e di manicaretti, era fin troppo di petto, ma l’interprete ritrovava ben presto morbidezza e velluto in ogni frase scoperta. Magnifica qualità delle parti di fianco a cominciare dal Dott. Cajus di Carlo Bosi, in assoluto il miglior tenore che io abbia mai sentito in questo ruolo per precisione, squillo e vivacità scenica; spigliati ed acrobatici nella presenza scenica e vocale il Bardolfo di Francesco Castoro e il Pistola di Gabriele Sagona. In conclusione, trionfo per Maestri, tanti applausi per cantanti, direttore e messa in scena che, per estro ed inventiva, si è fatta perdonare le arbitrarie aggiunte musicali al pianoforte prima dell’attacco orchestrale e qualche notina estranea alla partitura suonata durante l’opera sulla stessa tastiera.

Andrea Zepponi

Tutte le immagini della galleria fotografica sono di Brescia e Amisano. Teatro alla Scala (c).

FALSTAFF

Commedia lirica in tre atti

Libretto di Arrigo Boito

Musica di Giuseppe Verdi

Editore Casa Ricordi, Milano

Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 9 febbraio 1893

Produzione Festival di Salisburgo

Direttore Zubin Mehta

Regia Damiano Michieletto

Scene Paolo Fantin

Costumi Carla Teti

Luci Alessandro Carletti

Video Roland Horvath

Cast:

Sir John Falstaff  Ambrogio Maestri

Ford  Massimo Cavalletti

Fenton  Francesco Demuro

Dr. Cajus  Carlo Bosi

Bardolfo Francesco Castoro

Pistola Gabriele Sagona

Mrs. Alice Ford Carmen Giannattasio

Nannetta Giulia Semenzato

Mrs. Meg Page Annalisa Stroppa

Mrs. Quickly  Yvonne Naef

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Maestro del Coro Bruno Casoni