Per contrastare prestiti di istituzioni finanziarie internazionali per il governo del Nicaragua, oltre che per affrontare i bisogni umanitari fondamentali e promuovere la democrazia, a meno che il governo del Nicaragua adotti misure efficaci per tenere elezioni libere, eque e trasparenti, e per altri scopi.

È l’incipit del Nicaraguan Investment Conditionality Act (noto anche con l’acronimo NICA) approvato dalla Camera dei Rappresentanti statunitense il 21 settembre 2016 su proposta della deputata repubblicana della Florida Ileana Ros-Lehtinen. La legge è attualmente al vaglio del Comitato per le Relazioni Estere del Senato Usa.

Nella parte introduttiva della proposta di legge si sottolinea la preoccupazione degli Stati Uniti, oltre che per la qualità del processo elettorale nicaraguense, per la limitazione delle libertà civili e politiche nel paese centroamericano da quando, nel 2006, Daniel Ortega è stato eletto presidente del Nicaragua. Le azioni richieste sono la conseguenza di un giudizio molto negativo formulato da agenzie governative e comitati parlamentari statunitensi, ma c’è anche un riferimento esplicito alle note contenute nel rapporto degli osservatori della Organizzazione degli Stati Americani, redatto in occasione delle elezioni in Nicaragua del 2011, nelle quali il presidente uscente Ortega è stato rieletto.

Il Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani, José Miguel Insulza, in un comunicato stampa del 7 novembre 2011 ha affermato che “nonostante alcune previsioni di possibili tensioni e di atti di violenza, la maturità del popolo nicaraguense e la sua vocazione per la pace hanno segnato il carattere pacifico con cui le elezioni generali si sono svolte domenica scorsa nel paese centroamericano”.

Nel rapporto 2011 della Missione OSA vengono in effetti elencate sia le imperfezioni tecniche, per le quali si propongono interventi migliorativi, sia le irregolarità rilevate durante le elezioni; tuttavia si legge anche, a pagina 10, che “il contesto normativo entro il quale le elezioni hanno avuto luogo contiene procedure affette da imperfezioni che esistono dal 1996”.

Difetti, imperfezioni e irregolarità erano stati evidenziati anche nel rapporto degli osservatori OSA sulle elezioni presidenziali del 2006, i quali tuttavia avevano scritto che “In termini generali, il processo elettorale del 2006 e le elezioni sono stati corretti. Le regole sono state seguite”.

Molti popoli dell’America centrale e meridionale si sono affrancati in tempi relativamente recenti dalle dittature che li opprimevano. Si tratta quindi di democrazie giovani e fragili, nelle quali il percorso di maturazione democratica è soltanto agli inizi. Il Nicaragua appartiene a quel gruppo di Stati ed è quindi naturale che ci siano ampi margini di miglioramento nel suo sistema politico e nei meccanismi elettorali che consentano il ricambio politico a tutti i livelli. Tuttavia l’attuale sistema, nonostante presenti standard lontani da quelli delle democrazie occidentali, ha permesso agli elettori nicaraguensi di scegliere, dal 1990 ad oggi, quattro presidenti, espressioni di forze politiche molto diverse tra loro: Violeta Chamorro (Unione Nazionale di Opposizione) nel 1990, Arnoldo Alemàn (Partito Liberale Costituzionalista) nel 1996, Enrique Bolaños (Alleanza Liberale Nicaraguense) nel 2001 e Daniel Ortega (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale) nel 2006, 2011 e 2016.

È quindi auspicabile il supporto e l’incoraggiamento della comunità internazionale perché il percorso di sviluppo del Nicaragua in senso democratico non venga interrotto. Meno comprensibile appare invece l’atteggiamento punitivo degli Stati Uniti nei suoi riguardi, soprattutto se posto in relazione con altri Stati della regione centroamericana ove sono riscontrabili situazioni similari ma che non sono stati penalizzati allo stesso modo dalle misure sanzionatorie degli Usa. O ancora se si confronta il trattamento riservato a Paesi di altre regioni geografiche caratterizzati da non trascurabili deficit di democrazia, con i quali gli Stati Uniti mantengono consistenti relazioni commerciali o stringono alleanze di natura militare. Basti pensare allo stretto legame degli Usa con l’Arabia Saudita, storico alleato americano nell’area del Golfo, oppure alla Turchia, per lungo tempo fulcro della strategia mediorientale statunitense in funzione anti-sovietica.

Eppure, le misure richieste dal Congresso americano contro il Nicaragua appaiono coerenti con la linea politica che gli Stati Uniti hanno adottato da un secolo a questa parte verso i regimi che si sono avvicendati a Managua. Per questo vale la pena ripercorrere alcuni passaggi della storia delle relazioni tra il Nicaragua e gli Stati Uniti.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente in Nicaragua almeno una dozzina di volte. Gli interventi diretti si diradarono dalla metà degli anni Trenta del secolo scorso, quando salì al potere Anastasio Somoza Garcìa, che assunse poteri straordinari e instaurò una dittatura caratterizzata dall’abolizione delle elezioni, dalla repressione violenta degli oppositori – in particolar modo dei comunisti – e dalla drastica riduzione delle libertà di stampa e di parola. La dittatura Somoza, appoggiata dagli Stati Uniti e difesa dalla spietata Guardia Nazionale, durò più di quaranta anni. Nel 1979 l’ultimo esponente della dinastia Somoza, Anastasio Somoza Debayle, dovette fuggire dal paese a seguito della rivoluzione sandinista.

La presa del potere da parte dei sandinisti, forza politica di ispirazione marxista, spinse Washington ad agire per tentare di rovesciare il nuovo governo di Managua.

Alla Casa Bianca sedeva Jimmy Carter, che nell’ultimo anno del suo mandato si limitò a finanziare ed addestrare – anche sul suolo statunitense – le forze che contrastavano il regime sandinista. Questi ribelli, meglio noti come “contras”, erano composti in larga parte dai membri della Guardia Nazionale somozista, che dopo la rivoluzione del 1979 avevano riparato nel vicino Honduras e lì avevano installato le loro basi, dalle quali partivano per le loro incursioni in territorio nicaraguense. Gli Stati Uniti fecero inoltre valere la propria autorità in seno alle principali organizzazioni finanziarie internazionali per bloccare i prestiti destinati al Nicaragua.

Con l’avvento di Ronald Reagan alla guida degli Usa, le iniziative a favore dei contras – che Reagan era solito chiamare i “combattenti per la libertà” – fecero registrare un notevole salto di qualità: i finanziamenti e i rifornimenti di materiale bellico vennero potenziati e la CIA fu autorizzata ad intervenire per coordinare le operazioni sul campo, assicurare supporto logistico e fornire le informazioni necessarie per individuare e colpire gli obiettivi sensibili.

Agli attacchi dei contras lungo la fascia di confine si aggiunse una serie di attentati, tra i quali il bombardamento del deposito petrolifero del porto di Corinto nell’ottobre 1983 e la posa di mine nelle acque dei principali porti nicaraguensi, atti ad ostacolare le attività commerciali del Nicaragua e indebolirne ulteriormente l’economia.

Le efferatezze commesse dalle truppe contras ai danni della popolazione civile nicaraguense, portate all’attenzione della pubblica opinione mondiale sia dal governo sandinista sia da diverse organizzazioni non governative, portarono nel dicembre 1982 all’approvazione, da parte del Congresso Usa, dell’emendamento Boland, che proibiva di destinare ai contras fondi statunitensi con l’intento di rovesciare il governo del Nicaragua.

Un paio di anni dopo diventerà evidente il coinvolgimento della CIA nelle attività di guerriglia anti-sandinista, con la pubblicazione di un manuale dal titolo “Psychological Operations in Guerriglia Warfare”, redatto dalla CIA e fornito ai contras nell’ambito dei programmi di addestramento. Nel manuale, tra le diverse tecniche descritte, si spiegava in che modo fosse “possibile neutralizzare obiettivi accuratamente selezionati e programmati, come giudici di tribunale, funzionari di polizia e della sicurezza dello Stato”. Il significato del termine “neutralizzare” può essere chiarito ricordando la denuncia del governo sandinista, secondo il quale “dal 1981 i contras avevano assassinato 910 funzionari statali e ucciso 8000 civili” o anche la testimonianza di Edgar Chamorro, ex portavoce dei contras il quale, dopo aver abbandonato la fazione anti-sandinista alla fine del 1984, dichiarava sotto giuramento, che i contras “arrivano in un qualche villaggio indifeso, riuniscono tutti gli abitanti in piazza, e quindi procedono all’esecuzione pubblica di chiunque lavori per il governo, poliziotti, membri della milizia locale, membri del partito, sanitari, insegnanti e addetti alle aziende agricole di Stato”.

Nel novembre 1984 si tennero le elezioni in Nicaragua, alle quali parteciparono sette partiti e che fecero registrare un’affluenza alle urne dell’80%. La vittoria del leader sandinista Daniel Ortega fece a Washington lo stesso effetto di un drappo rosso agitato davanti a un toro. Il presidente Reagan decise l’embargo commerciale del Nicaragua, annunciato il 1° maggio 1985 e motivato con queste parole: “Io, Ronald Reagan, Presidente degli Stati Uniti d’America, trovo che le politiche e le azioni del governo del Nicaragua costituiscono una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti e quindi dichiaro una emergenza nazionale per affrontare tale minaccia”.

L’approvazione, nell’ottobre 1984, di un secondo emendamento Boland più restrittivo del primo, aveva spinto l’amministrazione Reagan ad incrementare le operazioni segrete di finanziamento e rifornimento dei contras per aggirare il divieto del Congresso.

La guerra, formalmente soltanto commerciale ma in realtà incentrata sulle operazioni militari clandestine dei contras, portata avanti dalla amministrazione Usa nei confronti del Nicaragua veniva pubblicamente condannata in una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, emessa il 27 giugno 1986.

I giudici dell’Alta Corte, a larghissima maggioranza, rigettarono la motivazione della auto-difesa con la quale gli Stati Uniti avevano motivato le operazioni militari e para-militari contro il Nicaragua e riconobbero gli Usa colpevoli di aver violato il diritto internazionale in base a diversi capi di imputazione: interferenza negli affari di uno stato sovrano per l’addestramento, il finanziamento e la fornitura di equipaggiamento ai contras; uso illegale della forza nei diversi attacchi a siti nicaraguensi (tra i quali il bombardamento del porto di Corinto già ricordato); uso illegale della forza e violazione del diritto al traffico e al commercio marittimo per aver minato, nel corso del 1984, le acque di diversi porti nicaraguensi; illegittimità nell’attuazione dell’embargo commerciale contro il Nicaragua.

La sentenza ingiungeva agli Stati Uniti l’immediata cessazione di qualsiasi tipo di ostilità nei confronti del Nicaragua e il pagamento di riparazioni per le responsabilità accertate. Gli Stati Uniti di Reagan non accettarono la sentenza e proseguirono nella loro guerra non dichiarata al Nicaragua.

Ciò nonostante, di lì a pochi mesi un impedimento ben più grave della sentenza pronunciata dai giudici dell’Aja avrebbe costretto l’amministrazione Usa ad attenuare la pressione esercitata su Managua: lo scandalo Iran-contras.

Le rivelazioni del giornale libanese Ash Shiraa, il 3 novembre 1986, su un traffico di armi diretto in Iran diedero origine ad una indagine del Congresso degli Stati Uniti: l’amministrazione di Washington aveva venduto segretamente armi all’Iran e utilizzato i proventi della vendita per finanziare i contras. In un sol colpo, una “covert operation” aveva violato l’embargo (fortemente voluto dagli Usa) sulla vendita di armi a Teheran e il divieto del Congresso statunitense sul supporto ai contras. Lo scandalo investì violentemente l’amministrazione Reagan e vide sul banco degli imputati personaggi di primo piano: il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Robert McFarlane, e il suo successore, l’ammiraglio John Poindexter, il tenente colonnello Oliver North, membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, i quali vennero riconosciuti colpevoli dei traffici illegali addebitati. Lo stesso presidente Reagan evitò l’impeachment soltanto perché dichiarò di non essere a conoscenza dei dettagli delle operazioni.

La lunga guerra condotta da Washington contro Managua ebbe fine il 25 febbraio 1990, quando le elezioni presidenziali in Nicaragua decretarono la vittoria di Violeta Chamorro, leader della coalizione, gradita agli Usa, di opposizione al regime sandinista.

La normalizzazione dei rapporti tra il paese del Centro America e la superpotenza nordamericana durò soltanto sedici anni, fin quando le elezioni presidenziali portarono di nuovo al potere, stavolta con mezzi pacifici, il leader sandinista Daniel Ortega.

Per tentare di spiegare il motivo di questa rinnovata ostilità di Washington può essere utile ricordare le parole che il presidente statunitense Calvin Coolidge pronunciò l’11 gennaio 1927:

“Gli Stati Uniti non possono, quindi, non considerare con profonda preoccupazione qualsiasi grave minaccia alla stabilità e al governo costituzionale del Nicaragua, che tenda verso l’anarchia e che metta in pericolo gli interessi americani, soprattutto se tale stato di cose è provocato o aiutato da influenze esterne o da una potenza straniera”.

Oggi non c’è nessuna potenza straniera – Stati Uniti esclusi – che tenti di influenzare la politica interna degli stati del Centroamerica, ma restano considerevoli gli interessi statunitensi che Washington è intenzionata a difendere ad ogni costo.

L’abbreviazione NICA, con la quale viene indicata la recente proposta di legge per bloccare i prestiti internazionali al Nicaragua, potrebbe ben corrispondere ad un altro titolo: New Interference in Central America.

Giovanni Ciprotti