Mercoledì mattina arrivati a scuola scopriamo che la mattina stessa avrà luogo una gita. Destinazione: The Jungle, così mi dicono. Che carini penso, dicono giungla al posto della foresta per rendere il tutto più avventuroso e affascinante. O forse perché ci sono le palme anche qua come in India?

Comunque, facciamo la conta per chi tra me e Michele sarebbe andato. La conta scegli me e vedendo i bambini in assetto da esplorazione con borracce, zainetti, vestiti comodi, mi chiedo se riuscirò mai a stare al loro passo in mezzo agli alberi, le salite, i rovi e i puma. Saluto i miei cari e mi avventuro con gli studenti. La scuola non ha un pulmino, così alcuni genitori si offrono da tassisti per raggiungere la giungla. Ci dirigiamo e con mia sorpresa non usciamo mai dalla città e inizio seriamente a chiedermi cosa possa essere questa giungla. La risposta non tarda ad arrivare. 15-20 minuti dopo la nostra partenza, le macchine in colonna svoltano in fila verso un parcheggio e tra i vari McDonald’s, Pharmacy (sapete che le farmacie sono dei supermercati che vendono di tutto e prima di arrivare al bancone per i medicinali bisogna passare attraverso scaffali di alcolici in confezione da un gallone, così come le bibite e orsetti gommosi vari?!), Bagel shop, finalmente scopro cosa intendevano con The Jungle!! Un enorme e benevolo elefante in vetroresina ci accoglie, accompagnato dall’odore di disinfettante e sudore rappreso. Avete presenti quelle gabbiette per i criceti con svariati tubi colorati che fanno circonvoluzioni attorno alla gabbia dando al povero animale l’illusione della libertà fuori dalle sbarre? Ecco, l’idea è più o meno la stessa. Piscine con palline, gonfiabili, tubi colorati con porzioni trasparenti e un piano interamente dedicato ai videogiochi, tutto per noi per la nostra incredibile gita. Mentre alcuni bambini si lanciano festanti ed entusiasti tra i giochi ed altri cambiano banconote in monete e si piazzano al fronte videogames, io occupo una poltrona in pelle nera, di quelle che ti massaggiano completamente lato b e pensieri e attendo che qualcun altro occupi la postazione accanto la mia. Dopo pochi istanti una delle insegnanti si accomoda e l’abbordo raccontandole della mia incomprensione riguardo al luogo della gita.

Ci ridiamo un po’ su e poi mi racconta come sono andati i fatti. Ogni settimana viene scelta un’attività da fare, tra quelle proposte quotidianamente dai bambini. In uno dei corridoi della scuola, vi è una bacheca per le attività, sulla quale i bambini affiggono le loro proposte in qualsiasi momento vogliano. Nel modulo previsto oltre al nome della proposta, il proponente, c’è spazio che iscriversi. La proposta che a fine settimana presenta più votazioni viene scelta per la settimana successiva, a questo punto passa in assemblea, durante la quale vengono stabiliti i dettagli logistici. Ora, sembra proprio che questi bambini avessero una voglia matta di andare nella giungla. Alla gita possono andare tutti quelli che si sono iscritti, a questo punto devo però anche dirvi che non tutti possono iscriversi. Questi ultimi fanno parte della categoria di chi si rifiuta di accettare le sanzioni del JC (ricordate “Il tribunale dei bambini”? Ne avevo parlato nell’ultimo articolo), rifiutandosene il primo passaggio è la perdita dei privilegi, come andare in gita, fino ad arrivare alle sospensioni e all’espulsione dalla scuola, il tutto con processo democratico ovviamente.

Ma torniamo alla poltrona in simil latex. Finalmente è giunto il momento che aspettavo da giorni, il momento di esporre le mie questioni circa la massiccia presenza di computer, tablet, smartphone e videogames.

La risposta in realtà è molto semplice: non importa ciò che pensino gli adulti, i bambini lo hanno chiesto, votato e deciso. A sostegno delle loro richieste sembra che la più quotata (perché nei giorni successivi ho poi avuto modo di chiederlo a tutti gli adulti presenti) sia che questo è il nuovo linguaggio, è la comunicazione per eccellenza della nostra epoca, loro sono per eccellenza la nuova epoca quindi il principio del desiderio è in realtà una manifestazione di nuovi bisogni che seppure noi non comprendiamo dobbiamo ascoltare. Quindi nessuna motivazione pedagogica, nessuna riflessione educativa, nessun limite nell’utilizzo, nulla.

Mi sono chiesta a lungo in questi giorni cosa significhi ascoltare un bambino nelle sue richieste, quali siano i suoi bisogni, quale sia il ruolo della scuola e quale quello degli adulti attorno ai bambini e la stimolazione alla quale li sottoponiamo.

Innanzitutto non credo che 50 anni di tecnologie abbiano modificato il patrimonio genetico da aver apportato modificazioni consistenti nei bambini, tali da non far più loro aver bisogno di correre, saltare, entrare nelle pozzanghere, scavare nella terra umida, meravigliarsi di fronte ad una lucertola e desiderare afferrarla. Però è anche vero che i bambini che ho visto in questi giorni, di uscire alla ricerca di queste esperienze non sembravano desiderosi, completamente assorti dai loro strumenti tecnologici. Sapete che a 6 anni hanno già i loro canali youtube?

Io penso che sì, vadano ascoltatati, ma che vada fatto un grosso lavoro di prevenzione e selezione iniziale degli stimoli. Trovatemi una teoria di psicologia evolutiva che non riconosce le enormi potenzialità racchiuse nella magia dell’infanzia, tutta la recente ricerca neuroscientifica è costruita sulla connessione tra movimento e apprendimento. Quindi, non è forse che la spasmodica ricerca del tablet per giocare invece di corrispondere ad un reale bisogno non si vada a inserire in una riflessione riguardo uno stimolo eccessivo dato precocemente e per tale ragione legato all’incapacità di un utilizzo responsabile e salutare? Date a un bambino di due anni un barattolo di Nutella, lasciatelo solo nella stanza e ricordategli di regolarsi, poi andate a controllare dopo un’ora cosa è successo. Bhè in realtà, potete farlo anche con un trentenne…Anche qui non sono una novità gli studi riguardo le dipendenze da mondi virtuali, esistono terapie, camp riabilitativi, chi non ha sperimentato almeno una volta dipendenza da facebook, whatsapp, e paritetici? E considerate che questi non sono i più immersivi. E cosa pensate, che chi programma i videogiochi lo fa pensando ad un utilizzo minimo quotidiano? La dipendenza assicura il mercato e il consumo, così come lo zucchero aggiunto nelle bibite, (altra grande richiesta che i bambini fanno). Pensate a 60-70 anni fa, ai bambini venivano date le sigarette e nessuno si poneva il problema che fossero pericolose finché la storia non ha dato il suo verdetto. Ora siamo in una fase storica di sperimentazione e io non vorrei che stessimo utilizzando i bambini come cavie.

Condivido che il mondo è questo, ma fino a un certo punto. Se le nostre scuole si configurano come critica al modello capitalistico, al consumismo relazionale, all’alienazione non capisco perché replicare tutto ciò tra le mura scolastiche, non dovremmo invece offrire una visuale che il resto occulta?

Il mondo attende e lo farà, tempo ce n’è, ma il tempo dell’infanzia, quello no, non attende. I bambini non nascono chiedendo la televisione, qualcuno ha creato un precedente e probabilmente alla prima occasione di bisogno di ora d’aria che uno dei genitori o entrambi si siano trovati a desiderare e allora la tv era lì pronta, quando invece la base della comunità (familiare in questo caso) dovrebbe essere: esisti tu ma anche io, ora mi leggo un libro mezz’ora.

Sgombro subito il campo da questo argomento che richiederebbe uno spazio tutto suo.

Torno alla scelta dei bambini, che condivido, con le dovute precauzioni. In queste scuole dovrebbe essere uguale il diritto alla dignità e al rispetto, l’ascolto, la fiducia, l’accettazione, ma non si può fingere che non esista un’asimmetria di base. I bambini sono bambini, gli adulti sono adulti e a volte invece mi sembra che i ruoli vengano confusi, che si appesantisca l’infanzia invece di sostenerla, che vi siano delle pretese eccessive nei loro confronti, che si deleghi a loro il compito di mettere confini che, se qualcuno non lo sapesse, sono in realtà vitali per il bambino alle prese con il mondo sconfinato. Il confine deve allargarsi ovvio, ma deve essere stabile, deve dare sicurezza.

Un mondo dove tutto è caotico e non prevedibile mette i bambini in uno stato di destabilizzazione.

E prima di riconoscere al bambino bisogni legati a un utilizzo incontrollato di videogame o palliativi, riconosciamo ai bambini il bisogno e quindi il diritto ad esser bambini e prendiamoci il dovere di essere adulti.

Emily Mignanelli