Inizio a dare i numeri: 1 training school sulla cura intergenerazionale, 4 giorni di corso, 8 docenti, 16 ricercatori specializzati, 12 diverse nazionalità, tre continenti: Europa, Sud America e Cina. Questi gli ingredienti di un accesso dibattito sul tema della cura degli anziani. Vi racconterò della rilevanza del tema per le strategie di promozione della salute nazionale ed internazionale, ma soprattutto delle considerazioni sorte dagli spunti ricevuti.

Appena entrata in aula mi guardo intorno, le foglie degli alberi nel vicino campus universitario picchiettano sulle grosse vetrate mosse dal vento umido del Ruth.

Ancora uno sguardo d’insieme, la sala è piena di volti femminili, la “quota azzurra”è rappresentata da un solo membro proveniente dal Belgio. Il tema della cura è ancora una questione di genere? Questa domanda continua frullarmi in testa durante tutti i giorni di corso ma la risposta affermativa sembra non trovare ostacoli nell’essere validata, seppur noto che la rappresentanza maschile aumenta nelle sezioni in cui la parola “cura” viene sostituita da “salute”. Sarà perché il termine “cura” richiama una azione da compiere e alla responsabilità di farla e al soggetto che la compie? La letteratura specializzata da anni evidenzia come il profilo del caregiver, o meglio di colui che presta la cura, ha otto volte su dieci, un volto femminile. Il termine “salute”, invece, è un sostantivo e meglio si lega ad un dato oggettivo, misurabile che di per sé non implica un azione, ma forse più ad una scelta personale? Ma è davvero individuale il tema della Salute? Domande che rimangono aperte, ma a volte non serve arrivare ad una risposta certa per trovare un senso e valore alle riflessioni.

Arrivo incuriosita la training school è sulle relazioni intergenerazionali e solidaristiche all’interno della cura, pur sapendo di cosa si tratta, o forse proprio per questo, non sono ancora sicura di che taglio prenderà la discussione. Passano solo poche ore ed è tutto chiaro: la cura informale – cioè quella cura erogata dai membri della famiglia o da amici, e che in quanto tale non viene retribuita – è lo snodo fondamentale per le strategie innovative per i sistemi di cura degli anziani non autosufficienti in molti paesi europei.

Mi sento a mio agio, da anni sostengo, e so di non essere l’unica, l’importanza di considerare e riconoscere la cura prestata in maniera informale e volontaria come un pezzo significativo del percorso di assistenza individuale così come anche del sistema di cura complessivo. Da troppi anni la cura prestata all’interno delle mura domestiche da un famigliare o da un amico è considerata di “serie B” al punto da essere formalmente ignorata dalle politiche anche in quei paesi dove evidentemente gioca un ruolo fondamentale, come nei paesi mediterranei.

Penso all’Italia dove la principale misura di supporto alla non autosufficienza rimane l’indennità di accompagnamento. Avete mai pensato al significato della parola “indennità”? In pratica lo Stato indennizza l’anziano per il disturbo che la sua necessità di cura, per il “problema” che ha, cioè quello di “dover essere accompagnato”. L’indennità in quanto tale non è un assunzione di responsabilità da parte dello Stato sulla cura necessaria al benessere del cittadino, ma esattamente il contrario: con l’indennizzo del disagio, la responsabilità del trovare la cura necessaria rimane al beneficiario anziano e quindi alla famiglia.

Penso alla riforma spagnola del 2007, all’idea “rivoluzionaria” zapatteriana di un sistema di cura universale a cui tutti contribuiscono e dove il contributo apportato anche quello informale è riconosciuto attraverso l’erogazione di un assicurazione sociale per il caregivers famigliare che presta la cura. Penso a tutte le difficoltà che questa riforma ha incontrato nel suo cammino di implementazione lungo dieci anni, agli ostacoli determinati dalla crisi economica che hanno, di fatto, determinato un rallentamento e una parziale ridimensionamento della riforma senza toccare però il riconoscimento del ruolo della famiglia. Penso a come da sempre i paesi del centro-nord Europa siano stati portati ad esempio per la loro capacità di coprire il bisogno erogando per lo più servizi residenziali e domiciliari professionali. Scopro come la moderna Olanda abbia avviato un nuovo sistema di cura che inserendo di fatto la cura informale nel sistema gli ha permesso di mantenere stabile la spesa pubblica per la cura degli anziani negli ultimi cinque anni: 125 milioni di euro nel 2017 così come nel 2012, a differenza di una cifra almeno doppia come era stato ipotizzato in base ai trend di bisogno di cura in crescita. L’Olanda si è mediteriannizzata? Ovviamente no, ma ha definito un sistema di cura differente assegnando dignità alla cura famigliare. Ancora una volta l’Italia ha da imparare dagli altri paesi d’Europa.

Georgia Casanova