Mister Green è una commedia scritta dall’americano Jeff Baron e il primo a interpretare Mr. Green  fu Corrado Pani. In seguito alla sua morte lo spettacolo venne sospeso perché era impossibile sostituirlo e Maximilian Nisi, che aveva comprato i diritti, li restituì all’autore ed abbandonò il progetto. Due anni fa il ruolo è toccato a Massimo De Francovich. Nel ruolo di Ross ancora una volta, Maximilian Nisi. Uno spettacolo diverso perché in tutti questi anni, il testo è stato calibrato sull’attore che lo interpretava. La traduzione è stata curata da Michela Zaccaria. La regia è di Piergiorgio Piccoli. Ritroviamo anche quest’anno, gli stessi protagonisti. Il 7 febbraio saranno al Piccolo Teatro di Milano che quest’anno festeggia 70 anni dalla nascita e 20 della scuola del Teatro d’Europa. A questi due anniversari, si aggiungono anche quello del testo con i suoi venti anni dalla stesura e i sessanta anni di carriera di Massimo De Francovich.

Ross Gardiner un giovane uomo impiegato in una multinazionale, investe Mister Green, un ottuagenario pensionato che cammina nel traffico dell’Upper West Side di New York. Accusato di guida pericolosa, viene condannato ad assistere Mr. Green una volta alla settimana per sei mesi.

Due generazioni a confronto, potrebbero essere un nonno e un nipote, le loro vite allagate dalla solitudine. Si scontrano, sono diffidenti, è difficile raggiungere un accordo. Il giovane non molla, nonostante la ritrosia di Mister Green, non manca un appuntamento. Il ritmo cinematografico diretto, a volte nervoso, fa sì che la messa in scena risulti vincente. Le scene seguono dall’inizio i loro incontri, nell’appartamentino di Mister Green al quarto piano di un palazzo senza ascensore. A poco a poco il rapporto tra i due si sviluppa, fino a renderli indispensabili l’uno all’altro, il gioco alterna confessioni e silenzi e metterà in luce ferite mai guarite nella vita di entrambi.

Per The Martian.eu abbiamo intervistato Maximilian Nisi che ci parla di come abbia fortemente voluto rappresentare il testo, prima con Corrado Pani di cui ci fornisce un bellissimo ricordo e poi con De Francovich, due grandi personalità teatrali che hanno fatto della “parola”, dei “silenzi”, delle “pause”, il loro verbo. Rileggendo tra le righe scopriamo che Pani era un uomo leale e a modo suo molto generoso. De Francovich, un professionista puntiglioso che motivava la rimessa in scena e che avrebbe portato il progetto in una direzione completamente diversa. Studioso come solo le grandi personalità del teatro sanno essere, rivede il testo, le battute perché vuole portare in scena anche ciò che è al di fuori del testo. Ci parla anche della nonna Lucia che nella sua semplicità gli ha insegnato tantissime cose ed è ancora “viva nei suoi ricordi”.

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Ritratto di Maximilian Nisi.

Mister Green è uno spettacolo da vedere e rivedere perché ogni volta si scopre sempre qualcosa di nuovo.

Dopo Venezia, Arzignano, Legnago, dal 7 febbraio sarete al Piccolo Teatro di Milano. Un po’ di anniversari da festeggiare?

La pièce di Jeff Baron è una delle più rappresentate al mondo, la sua stesura venne terminata nel 1997 e quindi il suo anniversario coincide con la nascita del Piccolo Teatro di Milano nel 1947, nell’immediato dopoguerra e con quello della Scuola del Teatro d’Europa nata nel 1987 che io stesso ho frequentato sotto l’egida del Maestro Giorgio Strehler.

Chi è Ross il personaggio che interpreti?

Abbiamo rimesso in prova lo spettacolo per queste nuove recite, il testo è molto ricco, parla di uomini e ogni volta che si riprende si mettono sempre in forse le scelte fatte precedentemente e si scoprono cose nuove. Ross è un ragazzo che vive in una famiglia dove non c’è comunicazione, c’è una grandissima facciata, i valori sono completamente sballati e lui non si sente compreso, ha delle cose molto importanti da comunicare ma non riesce a farlo e quindi cerca solidarietà e comprensione in uno sconosciuto, Mister Green e lo rende depositario delle sue confidenze. Sono entrambi soli ed è molto bello l’incontro e lo scontro tra queste due anime e le loro vite spezzate.

Con lo stesso testo avevi recitato con Corrado Pani che ricordi hai di lui?

Ogni tanto mi ritorna in mente, ci ho pensato anche ieri, in un modo o nell’altro devo dire che se non ci fosse stato Corrado, questo spettacolo non sarebbe mai stato fatto perché fu lui per primo che mi chiamò dopo che gli misi il copione nella buca delle lettere e mi disse «La commedia è bellissima ed io la voglio fare». Se lui probabilmente non mi avesse “dato una mano” tredici anni fa, forse questo progetto non sarebbe mai nato. Per dieci anni non ho voluto affrontare la ripresa dello spettacolo perché mi sembrava un tradimento morale, perché più che un progetto, dargli vita era stato un atto d’amore di entrambi. Quando lui morì restituii i diritti all’autore. Jeff Baron intanto ne ha scritto una seconda parte che spero di poter rappresentare al più presto e, rileggendo la prima, sia Massimo de Francovich (Mister Green) che il regista Piergiorgio Piccoli proposero di rimettere in scena la prima. Il testo, quando c’era Corrado Pani, aveva fatto solo Roma, non era stato portato in giro per l’Italia perché lui morì. Corrado era una persona molto schietta, profonda, o ti amava o ti odiava. Con lui non c’era un sorriso che nascondeva un cattivo pensiero oppure una stretta di mano che non fosse come una parola data. Oggi purtroppo non solo nel mio ambiente ma anche in altri, non si dà più peso a quello che si dice. Io vivo di parole, di notte annoto quelle che mi vengono in mente e a volte mi chiedo perché ho usato una parola invece di un’altra. La parola è importante per uno scrittore ma anche per l’attore che la deve fare vivere. Gassman diceva che «La parola è una goccia che col tempo riusciva a scalfire anche la roccia più dura» per sottolineare l’onnipotenza della parola.

Lo spettacolo è tradotto in 25 lingue e rappresentato in 65 Paesi del mondo. Oltre i confini italiani dove ha raggiunto il maggior successo?

Già qualche anno fa le produzioni erano più di cinquecento, in molti Paesi è stato rappresentato più volte. In Italia ci sono due diverse produzioni nelle quali sono stato coinvolto. È nato a New York e la prima edizione storica è stata quella con Eli Herschel Wallack, un attore che faceva il western ed è morto poco tempo fa. Lì è stato rappresentato per moltissimo tempo. A Londra ha avuto un’edizione fortunatissima in inglese. Sia io che la nostra traduttrice, abbiamo visto la rappresentazione di Parigi e di Vienna. Dopo è stato tradotto e portato qui in Italia. Dovunque sia stato tradotto ha avuto un grosso riscontro di pubblico o di critica e a volte di entrambi. Baron diceva che a volte un testo che viene ritenuto troppo popolare, non viene considerato allo stesso modo dappertutto. Mi ha mandato una mail dicendomi che non sa se potrà venire a Milano ma mi ringrazia per come abbiamo trattato il suo testo perché in Italia soprattutto in queste due ultime edizioni è stato nobilitato dal punto di vista delle tematiche. Massimo de Francovich è uno studioso e come Corrado, è una personalità di teatro molto forte che non fanno la prima cosa che gli viene in mente come potrebbe fare un teatrante comune. Ancora oggi rivediamo l’ultima scena per evitare di raccontare solo ciò che è scritto ma cercando di far passare dei contenuti e riuscire a dare un significato profondo a quello che facciamo. È uno spettacolo diverso da quello che facemmo dieci anni fa. Ho scelto Massimo de Francovich e mi sono battuto perché fosse preso, in quanto non è un attore casuale ma un attore che sapevo avrebbe portato il progetto in una direzione completamente diversa e ciò motivava una rimessa in scena.

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Due generazioni a confronto, pensi che oggi sia più facile o più difficile il confronto?

Dipende molto dalle teste, ho sempre avuto un grande rispetto e un grandissimo interesse per le persone più grandi anche se hanno superato abbondantemente gli ottanta anche se purtroppo poi ci lasciano. I giovani dovrebbero avere grande interesse per le persone anziane perché possono comprendere delle cose che solo l’esperienza può far capire. Mi sono reso conto che gli anziani stanno sempre sulla cresta dell’onda, amano i giovani e se ne appropriano, li comprendono e li fanno diventare la loro finestra sul mondo. L’importante è non rimanere chiusi nella loro solitudine, essere aperti gli uni verso gli altri. Questo arricchisce le nuove generazioni, invece molto spesso si rimane fermi sulle proprie posizioni e non si ha una visione completa, a 360° direi. Io stesso che ancora non son vecchio sono molto affascinato dai giovani anche se non capisco il loro mondo e dall’altra parte ho bisogno di passare una giornata con una persona anziana che mi possa raccontare viaggi che non ho fatto o libri che non ho letto. Ho bisogno di entrambe le presenze perché altrimenti mi sembrerebbe tutto più povero.

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Che ricordi hai dei tuoi nonni?

Pensa che Jeff quando ha scritto questo testo, ha pensato a un dialogo con sua nonna. Ho avuto a un certo punto della mia vita otto nonni, perché nella mia famiglia ci sono stati divorzi e altri matrimoni. Grandi condivisioni e pranzi di Natale molto ricchi di regali. Tra i nonni reali, ricordo la nonna paterna Lucia, una donna molto forte, importante, alla quale ho voluto molto bene. Molto spesso a causa dei rapporti familiari che si rovinano, non ho avuto modo di conoscere tutti i nonni che ho avuto. Con nonna Lucia, ho avuto un bellissimo rapporto, la ricordo molto spesso ed è spesso nei miei pensieri.

Il gioco in scena alterna confessioni e silenzi, cosa pesa di più?

Beh! I silenzi sono parole che sono come cascate. Quando c’è un silenzio, la parola che segue è dirompente. La pausa nella musica è fondamentale allo stesso modo lo è nella recitazione perché prepara alla parola o ad un concetto. Sono fondamentali entrambe. L’importante è dare rilievo anche al silenzio che pur non essendo una parola ha un significato importante. È una parola non detta, può essere un’assenza, una negazione o qualcosa di troppo difficile da dire. È una pièce che racconta cose che non si sono dette, sono pietre che riempiono un sacco e bloccano i personaggi che non riescono a procedere come se fossero completamente imbalsamati. Si scontrano e l’uno libera il sacco dell’altro.

Mette anche in luce ferite mai guarite, perché è difficile sanarle?

Perché sono orgogliosi e molte volte l’orgoglio nasce dalla paura. Molto spesso ci nascondiamo dietro le paure e i silenzi, pensando di proteggerci, in realtà non è vero perché poi i nodi vengono al pettine. Mia nonna Lucia nella sua semplicità diceva che «I conti si fanno sempre con l’oste» e aveva ragione. Lo facciamo per debolezza. Mister Green dice «Mia figlia Rachele è morta perché mi ha fatto questa cosa» e poi alla fine dice «Non ho mai smesso di pensare a lei». Neghi un pensiero ma poi stranamente quel pensiero diventa costante. È il primo del mattino e l’ultimo della giornata. È come se non avessi mezzi per poter gestire una cosa così grande. Siamo esseri umani e non sappiamo o possiamo affrontare alcune cose.

Elisabetta Ruffolo