Federica Carruba Toscano, è una giovane e talentuosa attrice palermitana che da bambina sognava di fare la pediatra. Il fato aveva però deciso diversamente. Non avendo superato i test d’ingresso della facoltà di Medicina, si avvicina al teatro con la Compagnia Vucciria e ben presto comincia ad affermarsi nel vasto panorama teatrale. È un attrice impegnata con temi molto forti. Nel 2013 la Vucciria, vince il Fringe festival con Io mai niente con nessuno avevo fatto. L’anno successivo, con lo stesso spettacolo (con i sottotitoli in inglese) si affermano al San Diego Fringe Festival in California. Di recente in Ogni volta che guardi il mare ha interpretato Sara la figlia di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia calabrese, lasciata sola ed uccisa dal compagno ‘ndranghetista. Si è calata perfettamente nella parte, con l’aiuto costante del regista Paolo Triestino e dell’autrice Mirella Taranto. L’abbiamo vista anche in Minchia Signor Tenente di Antonio Grosso. Quando legge un testo le interessa principalmente “l’urgenza di raccontare”.

Donna tenace, passionale, crede moltissimo in quello che fa e sicuramente sentiremo parlare a lungo di lei.

Cosa sognavi di fare da bambina?

Da bambina volevo fare la pediatra ed ero certa che avrei fatto il medico, volevo fare la volontaria, andare all’estero per lavorare nei Paesi colpiti dalla guerra, per aiutare soprattutto i bambini. Quest’idea mi ha portato subito dopo il liceo a fare i test per Medicina che però non ho superato ed in seguito è arrivato il teatro.

Il test di Medicina non è andato, non pensi che sia stato un segno del destino per portarti verso il teatro?

L’ho sempre pensata così, assolutamente. Erano anni in cui a Palermo c’era molto movimento attorno ai test d’ingresso, c’era stato uno scandalo ed alcuni ragazzi avevano vinto i ricorsi. Erano anni tremendi in cui si sospettava che fossero truccati. Ci rimasi molto male perché avevo studiato tantissimo. Grazie a mia madre ho molto riflettuto e mi sono chiesta se fosse un segno da seguire. Ho iniziato a seguire un corso di teatro ed appena ho iniziato, ho capito che sarebbe stata la mia vita.

Il test di Medicina andato male, sembra ci siano delle corruzioni, c’è chi ha il coraggio di denunciare e chi con la coda tra le gambe si ritira. In teatro ti occupi di temi sociali, fai un teatro-denuncia. Mi sembra che la tua vita sia collegata con dei piccoli tasselli di un puzzle. Ci parli del ruolo della figlia di Lea Garofalo che hai interpretato di recente al Teatro Lo Spazio di Roma?

È uno spettacolo che ha debuttato nel 2015 e cerchiamo di farlo girare il più possibile. Devo dire che per fortuna, lo spettacolo sta avendo una vita abbastanza ampia. Una delle tappe più importanti sarà fare il matinée per ragazzi che è una delle cose a cui tenevo di più. Poi andremo in tournée, una delle prime tappe sarà Cosenza, probabilmente in primavera, molto dipende dalla mia disponibilità rispetto agli altri impegni.

Come ti sei calata nel ruolo della figlia di Lea?

Per me è stata una prova molto importante. Intanto Paolo Triestino che ha curato la regia mi ha seguita molto in questa avventura. È stato un lavoro condiviso anche con l’autrice, Mirella Taranto che è di Cosenza ed ha seguito anche le prove. La cosa che non ho fatto perché non volevo farla, era cercare di recitare un dolore impossibile da recitare a meno che una non l’abbia vissuto direttamente. Ho la fortuna di avere mia madre con me e non ho vissuto un’esperienza così terrificante. Ho cercato di calarmi in un’azione molto concreta che è quella che raccontiamo nel monologo. Partendo da un input d’immaginazione che ha avuto Mirella per poi andare su dati concreti come gli atti processuali. Il monologo è stato scritto solo basandosi su di essi, a parte qualche cosa romanzata e qualche licenza. Quando si parla di Lea è tutto vero. La situazione che la ragazza torni dopo tanto tempo al paese della mamma e a casa della nonna, è immaginaria. Già usare questa circostanza data, è molto importante per un attore che ti spinge a lavorare concretamente senza mai perdere l’azione in scena e senza dover partire da un dolore così grande.

In una precedente intervista hai dichiarato «Oggi è tutto un link in cui sembriamo tutti molto connessi ma la rete non ha salvato Lea Garofalo». Perché?

Credo che sia il punto più importante dello spettacolo, più della storia in sé e del dolore. Perché? Il dolore riguarda una persona e come è successo in questo testo succede in molti altri ed è un dolore universale. Paolo Triestino ha fatto la scelta che a me è piaciuta tanto di lasciare il mio accento anche se avremmo avuto il tempo di lavorarci per renderlo più simile a quello calabrese. Ha deciso di tenere il mio per una scelta ben precisa, quella di parlare a tutto il Sud e non ad una zona precisa. La storia poteva succedere ovunque, come infatti è successa a Napoli, a Palermo e questa cosa denuncia un sistema perché nello spettacolo, l’autrice cita il fatto che Lea nel 2009 disperata scrisse al Presidente della Repubblica ma non ottenne nessuna risposta. Ciò che è evidente in questo Paese è la mancanza di connessione ed è soprattutto uno spirito che non si tramanda in famiglia, a scuola. La cosa importante che manca qui in Italia è l’idea di comunità. Il problema di Lea è stato l’isolamento che doveva essere impossibile per una collaboratrice di giustizia.

Cosa ti fa innamorare di un testo ed accettare la parte?

Sicuramente l’urgenza che ci leggo dietro. Parlo di testi contemporanei e non di quelli classici. Se qualcuno mi propone un testo nuovo, a mio avviso sento immediatamente se c’è un’urgenza dietro quello che si vuole raccontare. Una cosa che manca è il silenzio, tutti hanno voglia di raccontare qualcosa anche se non ne hanno bisogno perché ognuno vorrebbe dire la sua e questo è molto collegato al bisogno di avere un’opinione su tutto, bisogno che viene stimolato sempre di più, sia sui social che in televisione. Trovo che sia molto malsano. Quando invece sento qualcuno che aveva un tormento dentro e l’ha messo su carta e parlando con l’autore capisco che aveva l’urgenza reale di dire qualcosa, lì m’innamoro immediatamente. Al di là della struttura, del fatto che possa essere un testo teatrale perché si può trovare un modo per farlo diventare tale. A me interessa principalmente l’urgenza di raccontare.

Spazi tra vari generi teatrali che ritieni tutti ugualmente utili. In quali ti riconosci di più?

Ho trovato talmente tanto utile questo spaziare che mi piace tutto. Prima quando stavo in Accademia avevo le mie preferenze ma le ho abbandonate. Trovo la meraviglia in ogni cosa. Prima d’iniziare a lavorare avevo una passione spropositata per i classici, Shakespeare soprattutto, perché in Accademia ho avuto la fortuna di farli in lingua originale e mi aveva portato a credere che avrei fatto solo quello. In realtà poi ti rendi conto che c’è tanto altro di interessante. Oggi ho anche il sogno di lavorare su qualcosa legato all’Assurdo ma vedremo.

I tuoi prossimi impegni quali saranno?

Con Antonio Grosso e gli altri attori di Minchia Signor Tenente e la regia di Giuseppe Miale saremo in una Produzione che debutterà al Teatro Ghione a gennaio, dal titolo Certe notti che ha come tema il terremoto in Abruzzo ed in particolare la casa dello studente a L’Aquila.

Elisabetta Ruffolo